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Jacopo Giliberto

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Religione

27 gennaio 2013 - 18:09

sterminio. i pensieri dei tedeschi mentre massacravano gli ebrei. una storia di oggi. l'ovvietà dell'osceno.

(ripubblico con un copincolla questo articolo di un anno fa, e di due anni fa. oggi è il 27 gennaio, giorno della memoria).

 

non mi piacciono le parole scioà oppure olocausto.
non mi piacciono le rievocazioni a date fisse. la lagrima a comando: "ora, piangere!"
per questo motivo scrivo a sera tarda del 27 gennaio, quando le rievocazioni del dolore su richiesta sono finite.

il giorno degli stermìni non è solamente il 27 gennaio.
tutti i giorni, è il giorno per ricordare l'orrore della strage.

come lo è il 13 luglio.

oggi non è il 27 gennaio: oggi è il 13 luglio.

sessantanove anni fa.

siamo in polonia, in masovia, alle porte di jòzefòw. sulla riva che pende verso la vìstola, la wisła.

un convoglio di autocarri si ferma poco lontano dal paese, ne scendono 500 uomini: soldati tedeschi, battaglione 101, polizia ordinaria dello stato.
messi in semicerchio intorno al loro comandante, ascoltano il suo discorso.

il maggiore trapp – l’unico di cui si è salvato il nome – comunica loro la missione di oggi.

"è molto difficile", esordisce il maggiore trapp.
"è un compito duro".
il paese che devono circondare è pieno di ebrei, 1.800 circa.

è una delle comunità ebraiche, dei villaggi, gli scètl (shetl). c'erano villaggi con il 50, il 70, il 90% di ebrei.

tra loro, ci sono circa 300 maschi in grado di lavorare. devono essere rastrellati e portati a un campo di lavoro sotto scorta armata.

tutti gli altri, bisogna ammazzarli.
donnebambinivecchineonati, tutti.

non è tranquillo, il maggiore trapp.
ha la voce rotta, sembra che faccia fatica a trovare le parole.
gli occhi sono lucidi, ed è una cosa che colpisce molti soldati.

"eppure bisogna farlo, bisogna eseguire gli ordini", prosegue trapp.
può aiutare i soldati, sapere che "questa guerra l’hanno voluta gli ebrei"? che ogni notte i bombardieri inglesi attaccano le città tedesche?
però – dice il maggiore – se qualcuno non se la sente di eseguire l’ordine, lui lo assegnerà ad altri incarichi.

un uomo, un solo uomo, si fa avanti per consegnare il fucile.
il comandante della sua compagnia comincia a urlargli addosso, ma il maggiore zittisce l'ufficiale e ripete l’invito.
allora altri uomini si fanno avanti, una dozzina in tutto.
non di più.
verrà dato loro il compito di scortare gli ebrei maschi, assieme con un sottotenente che la sera prima aveva già annunciato che non avrebbe eseguito l’ordine.

tutti gli altri, si muovono verso il paese.

una compagnia circonda il villaggio – con l’ordine di sparare a vista su chi cerca di scappare.

 

uno scorcio dei boschi alla periferia di jòzefòw.

Road%20to%20Jozefow

le altre due compagnie entrano dentro e cominciano a sfondare le porte: gli uomini sono separati dalle donne, le donne assieme ai vecchi e ai bambini sono radunati nella piazza centrale del paese.
si cominciano a sentire i primi spari.
in molte case ci sono vecchi incapaci di muoversi come vorrebbero i tedeschi, gli ordini sono di ammazzarli sul posto.
si dovrebbe sparare anche ai neonati, ma i soldati non ci riescono - ancora.

un poliziotto ha scritto:

anche sotto minaccia di morte le madri non si separavano dai bambini. così tollerammo che portassero i loro piccoli nella piazza del mercato.

un poliziotto ha scritto:

per tutta la mattinata [durante il rastrellamento] mi accorsi che molte donne portavano dei neonati in braccio e tenevano per mano bambini piccoli

un sergente ne sgriderà alcuni, proprio perché poco energici.

in breve tempo i tedeschi riescono a districare le famiglie.
immagino come, immagino i pensieri degli ebrei.
nessuno sa che cosa stia succedendo realmente.
gli ebrei pensano di dover obbedire per evitare scoppi di violenza da parte tedesca.
non pensano, gli uomini, che le loro mogli e figli saranno tutti morti prima di domani.
e così si fanno portar via, tra urla e pianti e promesse di rivedersi presto.

adesso può cominciare l’eccidio.

il primo gruppetto di ebree e loro figli viene scortato a un boschetto.
là vengono fatte sdraiare e i soldati sparano loro addosso, a bruciapelo.

e cominciano i problemi.
perché le vittime in buona parte sono donne, madri, bambini, neonati.
è difficile sparare a un neonato; è impossibile che una madre non reagisca.
molti uomini sparano alto.
alcuni (pochi in verità) gettano il fucile e chiedono o pretendono di essere dispensati.
altri pèrdono il controllo, imbrutaliti, sparano troppo vicino e si ritrovano l’uniforme lorda di pezzi di cervello, sangue, ossa.

il medico del battaglione aveva mostrato, tracciando un disegno per terra, il punto giusto dove mirare.
al collo, usando la baionetta inastata per mirare meglio.
ma è un disegno che molti non vedono – bisogna capire gli uomini: è un compito difficile.

quando sentono la prima salva, gli ebrei ammassati in piazza esplodono in un urlo spontaneo, collettivo.
ma poi sembrano accettare la morte, nessuno piange a parte i neonati – e quelli piangerebbero comunque.
i tedeschi resteranno molto innervositi da ciò.

per tutto il giorno il massacro prosegue.
nel primo pomeriggio ci si rende conto che a questo ritmo ci saranno ebrei ancora vivi in nottata.
le compagnie accelerano i ritmi, per quanto è possibile.
nel bosco comincia a essere difficile trovare terreno libero in cui far adagiare le vittime.

comincia anche a circolare la vodka.
ecco, questo aiuta di più.
i soldati comunque, almeno quelli che sparano ancora (altri hanno ceduto), sono molto arrabbiati con il loro comandante che per tutta la giornata non si è fatto vedere.

il maggiore trapp passerà tutta la giornata chiuso in una locanda, piangendo a dirotto.
questo non lo salverà dalla corte polacca che nel 1947 lo condannerà a morte per questo ed altri crimini di guerra.

è ormai notte quando il battaglione finisce il lavoro.
il villaggio è del tutto deserto.
in compenso il bosco è pieno di cadaveri, che nei giorni successivi i contadini polacchi raccoglieranno e seppelliranno.
converrà loro; potranno saccheggiare liberamente le case dei morti.

il battaglione 101 torna in caserma.
si mangia poco, in compenso si beve molto.
ma per quello che hanno fatto non basterebbe tutto l'alcol del mondo.
durante la notte un soldato si sveglia da un incubo scaricando il mauser sul soffitto della camerata.

questa è solo una giornata nella vita del battaglione 101.
per il quale una giornata così si ripete decine di volte.

va moltiplicata per gli 11 battaglioni (5.550 uomini in totale) di polizia inviati da himmler in unione sovietica; per le due brigate ss (11mila uomini), per i quattro einsatzgruppen (12mila) al sèguito dei tre gruppi d’armata tedeschi nel 1941; vanno aggiunte le centinaia di pogrom sollecitati o approvati dai tedeschi in polonia ucraina e paesi baltici.

se le parole non bastano a descrivere quanto accaduto, abbiamo le immagini, abbiamo le testimonianze tedesche dell’epoca.
la strage di jòzefòw non è di per sé eccezionale.
ma lo è come documentazione.
a rendere eccezionale lo sterminio nella cittadina sul bordo della vistola furono due fatti:
1) la figura del maggiore trapp, che con la sua debolezza così poco militare diede ai suoi soldati l’opportunità di non partecipare
2) il processo intentato dai giudici di amburgo ad alcuni ufficiali del battaglione, nei primi anni '60.

gli incartamenti del processo contengono gli interrogatori approfonditi di oltre 100 membri del battaglione, una buona parte della forza in organico.
grazie a questi atti possiamo ricostruire con tanta precisione la morte dei 1.500 ebrei di jòsefòw.
e chi li uccise.
non abbiamo i nomi – la legge tedesca protegge la loro identità fino al 2040 – ma abbiamo tutto il resto, le azioni e il pensiero.
perché lo fecero?
che pensavano?
chi erano questi assassini di neonati?

la risposta è anche il titolo del libro con cui cristopher browning descrive quest’orrore: "uomini comuni".

erano uomini comuni.

i soldati del battaglione 101 nella quasi totalità venivano da amburgo, una delle città meno naziste della germania.
in massima parte erano riservisti e appartenevano alle classi operaie amburghesi: camerieri, portuali, facchini, marinai.
occupazioni in cui era fortissima la presenza, prima del 1933, dei partiti socialista e comunista.
avevano poi un’età media alta, anni.
all’epoca della presa di potere nazista avevano perciò trent’anni scarsi, non erano adolescenti influenzabili.
la percentuale di iscritti al partito nazista – anche tra gli ufficiali – era molto bassa.
erano infine in buona parte sposati, padri di famiglia, con figli, gente tranquilla.

loro stessi, venti anni dopo, durante il processo ad amburgo, faticavano a capire.
sembra quasi, a noi viaggiatori del tempo, che in quegli anni in europa esistesse un altro quadro di riferimento morale.
ciò che oggi appare con forza sbagliato, orribile, osceno, all’epoca era – se non normale – necessario.
un compito sgradevole ma necessario.

alcuni degli intervistati si giustificarono dicendo che non volevano sembrare vigliacchi.

altri – con un’idea più chiara di che cosa fosse veramente il coraggio – dissero che furono troppo vigliacchi per non sparare.

spicca però - in questa desolazione morale - la figura del primo soldato, quello che si fece in avanti all'appello di trapp.
o del sottotenente che la sera prima, appena saputo della missione, aveva seccamente rifiutato di partecipare.
o degli altri, che buttarono i fucili dopo aver visto quello che si chiedeva loro.

in quegli uomini restavano vivi - anche in mezzo ad una dittatura totalitaria che poneva la razza alla base dell’etica – altri e più solidi princìpi.
della maggioranza, la cosa migliore che può essere detta è questo: per essi la cosa più importante era fare ciò che la società si aspettava da loro.
non deludere i compagni e uniformarsi alle decisioni del gruppo – qualunque esse fossero.

la barriera che ci separa da quelle politiche e quell'universo morale è fragile.
sta a noi tutti, nel nostro piccolo, difendere e coltivare i princìpi che in quegli anni furono calpestati.

la storia non si ripete mai allo stesso modo, ma si muove sempre, non per forza in avanti; nulla è scontato.

 

(ringrazio carlo de luca)

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Categorie: Religione, società, storia

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26 gennaio 2013 - 17:06

arte. dal comintern alla confindustria, il bello non ha ideologia.

il senso del bello non ha colore politico e non guarda le ideologie.
ciò che è bello-in-quanto-tale può essere applicato a finalità diverse, e bene ha fatto il grafico che è stato ingaggiato dalla confindustria per disegnare il logo di un ciclo di convegni.

ciò che è bello può essere usato con fini diversi, come accade per esempio alla cosiddetta aria sulla quarta corda di bach, un brano musicale che viene adottato come sigletta o stacco musicale da molte trasmissioni radiofoniche e televisive di carattere religioso, che veniva usato una ventina di anni fa come sigla della trasmissione quark dell'ateissimo piero angela, e che in realtà è un passo di una suite profana di danze e ballabili, cioè la suite orchestrale numero 3 in re maggiore bwv 1068 composta da johann sebastian bach per leopoldo, principe di anhalt köthen, di cui il compositore era il maestro di musica nel castello (allora lussuoso, oggi sgarrupato) alla periferia della cittadina di köthen.

torno all'arte grafica.

lo stesso gusto del bello-senza-colore-politico è quello che caratterizza l'elemento grafico di un ciclo di convegni organizzato dalla confindustria.

ecco il logo.

Tatlin un-mondo-a-rischio-babele_431x413px_2013

il logo del ciclo "un mondo a rischio babele" non raffigura la torre di babele raccontata dalla bibbia.

raffigura un'altra cosa.
diversissima.

Tatlin monumento alla terza internazionale

è il bellissimo e mai realizzato monumento leninista alla terza internazionale comunista (il comintern) progettato nel 1919 dal grande artista e architetto sovietico vladimir evgrafovič tatlin (1885-1953).

nella foto del 1919 è raffigurato il modello del monumento, che se realizzato sarebbe stato alto 400 metri.

 

 

è il meraviglioso ossimoro dell'arte.
che non ha tempo.

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Categorie: arte, infrastrutture, Musica, Religione, società, storia

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20 gennaio 2013 - 10:43

la rosa del deserto e la città petrolifera nella sassaia piatta e grigia

per alcuni giorni, quella rosa del deserto avera reso insopportabile la valigia.
pesava il sasso scolpito dal vento, e pesava la valigia a ogni spostamento.

adesso quella rosa del deserto presa dal bordo della strada in una base petrolifera è poggiata alla radice del glicine, a casa.

la città petrolifera è un posto inutile in mezzo a un deserto inutile.
sbaglia chi immagina le dune, le palme e i cammellieri che ondeggiano nobili accoccolati sul dorso dei mehari.

la foto presa dal web di un impianto nella sassaia grigia.

è una sassaia piatta e grigia percorsa da tubi di acciaio grigio. filari di tralicci dell'alta tensione. qua e là (dall'aereo di notte si vedono bene) fiammeggiano le torce a bocca di pozzo per bruciare i gas che escono insieme con il greggio.

la foto presa dal web delle torce che bruciano i gas a margine dei pozzi di petrolio.

la città petrolifera è una somma di officine fabbriche dormitori.
non ci sono negozi né ristoranti, ma solamente compound di lavoro.
ci si sposta da un compound all'altro secondo le necessità, per andare a caricare tubi o valvole, per incontrare il personale di un'altra compagnia petrolifera, per esaminare un aspetto tecnico insieme con gli esperti di una ditta specializzata.

la foto presa dal web dei compound che affiancano la via di una città petrolifera nel deserto grigio.

ogni compound è un'area quadrata di terreno circondata da un muro o da una recinzione. tra un compound e l'altro passa una strada - asfaltata se primaria, altrimenti di terra battuta - oppure i compound si affiancano l'uno all'altro lungo la strada.

la foto presa dal web di una strada in una città petrolifera nel deserto. il luogo, non conta: sono posti tutti uguali.

dentro ci possono essere palme e giardinetti con la palazzina uffici, oppure cataste di tubi e un magazzino, oppure le baracche in cui dormono gli operai.

la foto presa dal web di un compound povero, magazzino o alloggio per operai.

i compound delle compagnie petrolifere internazionali hanno agli angoli le torrette armate e sul muro alto corre un barbed wire, il filo spinato.

in una di queste città petrolifere il compound degli italiani era forse meno lussuoso di altri, ma più prezioso.
non ha il campo da golf che macchia di verde la polvere del deserto. non ha la piscina. ma il compound degli italiani, dell'eni, ha due cose.

primo, dagli italiani la mensa è la migliore della città petrolifera. il cuoco del catering viene da parma o da reggio calabria o da ancona o da dove ti pare, ed è sempre una meraviglia.
prepara la pizza e il pane profumato, affetta al coltello un prosciutto raro, sceglie le bottiglie di vino - e questo per gli americani del compound a fianco cui è vietata ogni forma d'alcol è un segno di alta civiltà.
così i francesi, o gli americani, o gli inglesi, non vedono l'ora di essere invitati dal collega italiano a mangiare alla mensa italiana.
non ci sarà il campo da golf, ma la pizza appena sfornata o il brasato al barolo valgono mille.

secondo, gli italiani hanno il bunker.
è un edificio blindato, con il generatore elettrico e le antenne satellitari sul tetto.
se nella città petrolifera succede qualcosa, ci si chiude dentro a doppia mandata e si chiama.

una ventina d'anni fa la gente, in quel deserto, si ammazzava per motivi religiosi. sgozzavano gli infedeli.
in un certo periodo, la situazione divenne così tesa che la comunità internazionale decise di darsi appuntamento nel "bunker degli italiani".
mentro fuori accadevano cose terribili da conoscere, là dentro, nel bunker degli italiani, il mondo si accoccolava nei corridoi e nelle stanze e chiamava le ambasciate e i governi.

attorno, un deserto grigio e piatto, una sassaia inutile.
e sul bordo della strada, una rosa del deserto che ho portato a casa.

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Categorie: ecologia e ambiente, energia, infrastrutture, Religione, storia, trasporti

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27 gennaio 2012 - 13:42

sterminio. i pensieri dei tedeschi mentre massacravano gli ebrei. una storia di oggi. l'ovvietà dell'osceno.

(da quando ho assunto un nuovo incarico, non scrivo più su questo blog. per motivi di opportunità. tuttavia la dignità e il rispetto impongono ai miei polpastrelli di muoversi sulla tastiera. ripubblico con un copincolla questo articolo di un anno fa. oggi è il 27 gennaio, giorno della memoria).

 

non mi piacciono le parole scioà oppure olocausto.
non mi piacciono le rievocazioni a date fisse. la lagrima a comando: "ora, piangere!"
per questo motivo scrivo a sera tarda del 27 gennaio, quando le rievocazioni del dolore su richiesta sono finite.

il giorno degli stermìni non è solamente il 27 gennaio.
tutti i giorni, è il giorno per ricordare l'orrore della strage.

come lo è il 13 luglio.

oggi non è il 27 gennaio: oggi è il 13 luglio.

sessantanove anni fa.

siamo in polonia, in masovia, alle porte di jòzefòw. sulla riva che pende verso la vìstola, la wisła.

un convoglio di autocarri si ferma poco lontano dal paese, ne scendono 500 uomini: soldati tedeschi, battaglione 101, polizia ordinaria dello stato.
messi in semicerchio intorno al loro comandante, ascoltano il suo discorso.

il maggiore trapp – l’unico di cui si è salvato il nome – comunica loro la missione di oggi.

"è molto difficile", esordisce il maggiore trapp.
"è un compito duro".
il paese che devono circondare è pieno di ebrei, 1.800 circa.

è una delle comunità ebraiche, dei villaggi, gli scètl (shetl). c'erano villaggi con il 50, il 70, il 90% di ebrei.

tra loro, ci sono circa 300 maschi in grado di lavorare. devono essere rastrellati e portati a un campo di lavoro sotto scorta armata.

tutti gli altri, bisogna ammazzarli.
donnebambinivecchineonati, tutti.

non è tranquillo, il maggiore trapp.
ha la voce rotta, sembra che faccia fatica a trovare le parole.
gli occhi sono lucidi, ed è una cosa che colpisce molti soldati.

"eppure bisogna farlo, bisogna eseguire gli ordini", prosegue trapp.
può aiutare i soldati, sapere che "questa guerra l’hanno voluta gli ebrei"? che ogni notte i bombardieri inglesi attaccano le città tedesche?
però – dice il maggiore – se qualcuno non se la sente di eseguire l’ordine, lui lo assegnerà ad altri incarichi.

un uomo, un solo uomo, si fa avanti per consegnare il fucile.
il comandante della sua compagnia comincia a urlargli addosso, ma il maggiore zittisce l'ufficiale e ripete l’invito.
allora altri uomini si fanno avanti, una dozzina in tutto.
non di più.
verrà dato loro il compito di scortare gli ebrei maschi, assieme con un sottotenente che la sera prima aveva già annunciato che non avrebbe eseguito l’ordine.

tutti gli altri, si muovono verso il paese.

una compagnia circonda il villaggio – con l’ordine di sparare a vista su chi cerca di scappare.

 

uno scorcio dei boschi alla periferia di jòzefòw.

Road%20to%20Jozefow

le altre due compagnie entrano dentro e cominciano a sfondare le porte: gli uomini sono separati dalle donne, le donne assieme ai vecchi e ai bambini sono radunati nella piazza centrale del paese.
si cominciano a sentire i primi spari.
in molte case ci sono vecchi incapaci di muoversi come vorrebbero i tedeschi, gli ordini sono di ammazzarli sul posto.
si dovrebbe sparare anche ai neonati, ma i soldati non ci riescono - ancora.

un poliziotto ha scritto:

anche sotto minaccia di morte le madri non si separavano dai bambini. così tollerammo che portassero i loro piccoli nella piazza del mercato.

un poliziotto ha scritto:

per tutta la mattinata [durante il rastrellamento] mi accorsi che molte donne portavano dei neonati in braccio e tenevano per mano bambini piccoli

un sergente ne sgriderà alcuni, proprio perché poco energici.

in breve tempo i tedeschi riescono a districare le famiglie.
immagino come, immagino i pensieri degli ebrei.
nessuno sa che cosa stia succedendo realmente.
gli ebrei pensano di dover obbedire per evitare scoppi di violenza da parte tedesca.
non pensano, gli uomini, che le loro mogli e figli saranno tutti morti prima di domani.
e così si fanno portar via, tra urla e pianti e promesse di rivedersi presto.

adesso può cominciare l’eccidio.

il primo gruppetto di ebree e loro figli viene scortato a un boschetto.
là vengono fatte sdraiare e i soldati sparano loro addosso, a bruciapelo.

e cominciano i problemi.
perché le vittime in buona parte sono donne, madri, bambini, neonati.
è difficile sparare a un neonato; è impossibile che una madre non reagisca.
molti uomini sparano alto.
alcuni (pochi in verità) gettano il fucile e chiedono o pretendono di essere dispensati.
altri pèrdono il controllo, imbrutaliti, sparano troppo vicino e si ritrovano l’uniforme lorda di pezzi di cervello, sangue, ossa.

il medico del battaglione aveva mostrato, tracciando un disegno per terra, il punto giusto dove mirare.
al collo, usando la baionetta inastata per mirare meglio.
ma è un disegno che molti non vedono – bisogna capire gli uomini: è un compito difficile.

quando sentono la prima salva, gli ebrei ammassati in piazza esplodono in un urlo spontaneo, collettivo.
ma poi sembrano accettare la morte, nessuno piange a parte i neonati – e quelli piangerebbero comunque.
i tedeschi resteranno molto innervositi da ciò.

per tutto il giorno il massacro prosegue.
nel primo pomeriggio ci si rende conto che a questo ritmo ci saranno ebrei ancora vivi in nottata.
le compagnie accelerano i ritmi, per quanto è possibile.
nel bosco comincia a essere difficile trovare terreno libero in cui far adagiare le vittime.

comincia anche a circolare la vodka.
ecco, questo aiuta di più.
i soldati comunque, almeno quelli che sparano ancora (altri hanno ceduto), sono molto arrabbiati con il loro comandante che per tutta la giornata non si è fatto vedere.

il maggiore trapp passerà tutta la giornata chiuso in una locanda, piangendo a dirotto.
questo non lo salverà dalla corte polacca che nel 1947 lo condannerà a morte per questo ed altri crimini di guerra.

è ormai notte quando il battaglione finisce il lavoro.
il villaggio è del tutto deserto.
in compenso il bosco è pieno di cadaveri, che nei giorni successivi i contadini polacchi raccoglieranno e seppelliranno.
converrà loro; potranno saccheggiare liberamente le case dei morti.

il battaglione 101 torna in caserma.
si mangia poco, in compenso si beve molto.
ma per quello che hanno fatto non basterebbe tutto l'alcol del mondo.
durante la notte un soldato si sveglia da un incubo scaricando il mauser sul soffitto della camerata.

questa è solo una giornata nella vita del battaglione 101.
per il quale una giornata così si ripete decine di volte.

va moltiplicata per gli 11 battaglioni (5.550 uomini in totale) di polizia inviati da himmler in unione sovietica; per le due brigate ss (11mila uomini), per i quattro einsatzgruppen (12mila) al sèguito dei tre gruppi d’armata tedeschi nel 1941; vanno aggiunte le centinaia di pogrom sollecitati o approvati dai tedeschi in polonia ucraina e paesi baltici.

se le parole non bastano a descrivere quanto accaduto, abbiamo le immagini, abbiamo le testimonianze tedesche dell’epoca.
la strage di jòzefòw non è di per sé eccezionale.
ma lo è come documentazione.
a rendere eccezionale lo sterminio nella cittadina sul bordo della vistola furono due fatti:
1) la figura del maggiore trapp, che con la sua debolezza così poco militare diede ai suoi soldati l’opportunità di non partecipare
2) il processo intentato dai giudici di amburgo ad alcuni ufficiali del battaglione, nei primi anni '60.

gli incartamenti del processo contengono gli interrogatori approfonditi di oltre 100 membri del battaglione, una buona parte della forza in organico.
grazie a questi atti possiamo ricostruire con tanta precisione la morte dei 1.500 ebrei di jòsefòw.
e chi li uccise.
non abbiamo i nomi – la legge tedesca protegge la loro identità fino al 2040 – ma abbiamo tutto il resto, le azioni e il pensiero.
perché lo fecero?
che pensavano?
chi erano questi assassini di neonati?

la risposta è anche il titolo del libro con cui cristopher browning descrive quest’orrore: "uomini comuni".

erano uomini comuni.

i soldati del battaglione 101 nella quasi totalità venivano da amburgo, una delle città meno naziste della germania.
in massima parte erano riservisti e appartenevano alle classi operaie amburghesi: camerieri, portuali, facchini, marinai.
occupazioni in cui era fortissima la presenza, prima del 1933, dei partiti socialista e comunista.
avevano poi un’età media alta, anni.
all’epoca della presa di potere nazista avevano perciò trent’anni scarsi, non erano adolescenti influenzabili.
la percentuale di iscritti al partito nazista – anche tra gli ufficiali – era molto bassa.
erano infine in buona parte sposati, padri di famiglia, con figli, gente tranquilla.

loro stessi, venti anni dopo, durante il processo ad amburgo, faticavano a capire.
sembra quasi, a noi viaggiatori del tempo, che in quegli anni in europa esistesse un altro quadro di riferimento morale.
ciò che oggi appare con forza sbagliato, orribile, osceno, all’epoca era – se non normale – necessario.
un compito sgradevole ma necessario.

alcuni degli intervistati si giustificarono dicendo che non volevano sembrare vigliacchi.

altri – con un’idea più chiara di che cosa fosse veramente il coraggio – dissero che furono troppo vigliacchi per non sparare.

spicca però - in questa desolazione morale - la figura del primo soldato, quello che si fece in avanti all'appello di trapp.
o del sottotenente che la sera prima, appena saputo della missione, aveva seccamente rifiutato di partecipare.
o degli altri, che buttarono i fucili dopo aver visto quello che si chiedeva loro.

in quegli uomini restavano vivi - anche in mezzo ad una dittatura totalitaria che poneva la razza alla base dell’etica – altri e più solidi princìpi.
della maggioranza, la cosa migliore che può essere detta è questo: per essi la cosa più importante era fare ciò che la società si aspettava da loro.
non deludere i compagni e uniformarsi alle decisioni del gruppo – qualunque esse fossero.

la barriera che ci separa da quelle politiche e quell'universo morale è fragile.
sta a noi tutti, nel nostro piccolo, difendere e coltivare i princìpi che in quegli anni furono calpestati.

la storia non si ripete mai allo stesso modo, ma si muove sempre, non per forza in avanti; nulla è scontato.

(ringrazio carlo de luca)

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Categorie: Libri, Religione, società, storia

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29 novembre 2011 - 20:30

vota il personaggio ambiente italia. i 21 candidati, da *angeli del fango* a *zanotelli*

vota anche tu. basta un clic.
torna il premio "personaggio ambiente" che ti permette di votare ed eleggere il personaggio che, a tuo pieno totale e insindacabile giudizio, ha svolto un ruolo di rilevanza per l’ambiente in italia nel 2011, attraverso la proposizione di idee, pratiche, informazioni, politiche, attività imprenditoriali.

per votare, clicca qui.

adesso, metre scrivo, sono in testa i sindaci domenico finiguerra (dell’ecologissimo comune pavese cassinetta di lugagnano) e stefano pisani (sindaco di pollica, erede del sindaco ecologista angelo vassallo assassinato dalla malavita) e l’imprenditore senese michele manelli (cantina salcheto di montepulciano). cliccando qui puoi vedere la classifica in questo momento.
forte la presenza degli amministratori locali che si sono distinti in iniziative territoriali che sono balzate alle cronache nazionali. più ridotta la presenza degli imprenditori mentre non sono affatto rappresentati personaggi dello spettacolo e del giornalismo che lo scorso anno dominavano invece la classifica.

il premio personaggio ambiente italia si propone di assegnare un riconoscimento al candidato che risulterà il più votato dal popolo del web tra una rosa di 21 candidati, nel periodo compreso tra il 22 novembre e tutto il mese di dicembre. il vincitore di quest’anno sarà premiato nel corso di una cerimonia che si terrà a roma a fine gennaio.

i candidati al premio sono stati selezionati da un comitato tecnico, costituito da direttori di testate giornalistiche ambientali, giornalisti ambientali, responsabili di siti tematici e blogger italiani. ogni componente del comitato ha selezionato fino a cinque candidature, a cui viene assegnato un punteggio. dalla somma dei punteggi sono emersi 21 personaggi candidati al premio personaggio ambiente italia 2011.

eccoli:

gli angeli del fango di genova
peter brandauer
corrado clini
donne contro l'ilva
domenico finiguerra
forum italiano dei movimenti per l'acqua
fukushima 50 - nobukatsu osumi
wangari maathai
michele manelli
joan martinez alier
giorgio nebbia
giuseppe onufrio
ippolito ostellino
maurizio pallante
i pescatori di torre guaceto
stefano pisani
andrea rossi e sergio focardi
herman scheer
antonio segrè
nichi vendola
padre alex zanotelli

per saperne di più su ciascun candidato basta collegarsi al sito internet www.personaggioambiente.it in cui è possibile consultare tutte le biografie ed esprimere il voto.

"il premio – dice mario notaro, segretario del comitato tecnico – vuole dare voce a quei milioni di persone che hanno a cuore l’ambiente e vogliono trasmettere, con il loro voto, un segnale di riconoscimento per quegli uomini e quelle donne che si sono spesi in battaglie o iniziative legate alla sostenibilità. ci auguriamo che questa terza edizione registri gli ottimi risultati in termini di voti raggiunti dalla precedente e che, anno dopo anno, il premio diventi un vero e proprio appuntamento che, oltre a decretare il personaggio che nell’anno, sia un momento di confronto e di discussione a livello nazionale sulle problematiche di natura ambientali del nostro paese”.
rispetto al 2010 la rosa dei candidati di quest’anno vede una forte presenza di soggetti collettivi come comitati e forum, mentre si è ridotto il numero di rappresentanti dell’associazionismo classico.

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25 novembre 2011 - 12:12

scienza. l'ingv scopre sull'isola di vulcano 18 nuovi minerali. come l'efestosite

nell'isola di vulcano, che ha dato nome ai vulcani di tutto il mondo, secondo la religione classica vive e tiene officina il dio artefice, fabbro, siderurgo, artigiano e inventore. nonché marito (cornutissimo, e scusino la bestemmia i pochi adoratori di questa religione) della dèa venere afrodite.

questo dio sotterraneo e rovente si chiama (appunto) vulcano.
oppure, in greco, efesto (hephaistos).


e come poteva chiamarsi uno dei 18 minerali scoperti dagli scienziati dell'ingv sull'isola del dio vulcano-efèsto?
chiaro. la roccia si chiama *efestosite*, ovvero *hephaistosite*.

i dettagli.
nell’ambito di una convenzione stipulata tra la sezione napoletana (osservatorio vesuviano) dell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (ingv) e il dipartimento di chimica strutturale e stereochimica inorganica dell’università statale di milano, è stato intrapreso negli ultimi cinque anni lo studio sistematico dei minerali di origine *fumarolica* presenti all’isola di vulcano, in sicilia.

grazie a questi studi, i ricercatori hanno identificato ben diciotto nuove specie mineralogiche.

un buon numero di queste specie di minerali è al momento esclusivo dell’isola, in quanto non è mai stato ritrovato nulla d'uguale in nessun altro posto al mondo.

le diciotto specie minerali scoperte dalla valente squadra di scienziati scalpellatori (i nomi: massimo russo dell’ingv, italo campostrini, carlo maria gramaccioli e francesco de martin dell’università di milano), sono stati sottomessi e approvati da una commissione dell’international mineralogical association (ima), composta di mineralogisti di tutto il mondo, che funge da organismo di controllo all’approvazione di nuovi minerali.

attualmente è documentata sull’isola la presenza di oltre cento specie mineralogiche.

dalla ricerca si evince che l’isola è la *località tipo* per 25 specie di minerali.

negli anni passati, lo studio della chimica dei minerali avveniva con metodologie di analisi laboriose.
la moderna strumentazione di analisi ha permesso, negli ultimi venti anni, di portare il numero delle nuove specie mineralogiche da 2mila a 4.700.

la scoperta di nuove specie di minerali su vulcano, è stata resa possibile da strumentazioni sofisticate, utilizzando cioè un microscopio elettronico a scansione con analizzatore per valutare la composizione chimica, un diffrattometro a raggi-x per polveri e per cristallo singolo (strumenti indispensabile per studiare la struttura dei minerali).

le ricerche mineralogiche sull’isola di vulcano sono state pubblicate dall’associazione micromineralogica italiana, in un volume dal titolo: “vulcano, tre secoli di storia”, ove oltre alla ricerca di minerali a vulcano, si documenta la storia dell’isola dai tempi in cui nel sottosuolo vi costruì la sua officina il potentissimo (nonché geniale e becco) dio.

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31 ottobre 2011 - 17:36

analisi e modesta proposta di daniele fogli: contro la crisi, camposanti ad azionariato diffuso.

(terque quaterque testiculis tactis)
ricevo queste considerazioni funerarie dal bravo daniele fogli, e le pubblico in occasione della festa dei morti.

azionariato diffuso per la gestione dei servizi funerari italiani

di daniele fogli
presidente del comitato tecnico per i cimiteri della european federation of funeral services

 

premessa
leggo in questi giorni che all'inizio di ottobre 2011 a palermo il consiglio comunale ha fermato, per ottenerne sostanziali modifiche un project financing di 103 milioni euro, per poter realizzare il nuovo cimitero della città, alle prese con una situazione emergenziale delle sepolture.

 il motivo della bocciatura: la gestione andava ai privati, tariffe alte e poche le sepolture di tipo economico.

 palermo non è un caso isolato.
in diversi comuni i consigli comunali non si interrogano solo più sull'acqua pubblica, ma anche e soprattutto sul cimitero pubblico.

 questo mio intervento intende contribuire a far luce su un settore, che per sua natura è spesso opaco, a chiarire la rilevanza pubblica del cimitero, a ipotizzare una nuova modalità di gestione dei servizi pubblici locali: l'azionariato diffuso.
per chi come me opera nel settore funerario da oltre trent'anni, mai come ora la situazione si è complicata: siamo alle prese con una triplice crisi: globale, di settore e di genere.

 

 la crisi globale

 siamo destinati a convivere per molti anni (con il culmine negativo, probabilmente nel 2013, se non nel 2014) con una crisi economico finanziaria globale per i cosiddetti paesi industrializzati, che modificherà ampiamente le abitudini e gli stili di vita, le disponibilità economiche delle famiglie e le priorità.
riflessi importanti li avvertiremo anche in campo funebre e cimiteriale, con il cambio di tradizioni consolidate.

 

la crisi di settore

 la killer application del nostro settore si chiama cremazione.
certo più ecologica della sepoltura in loculo, con effetti di risparmi di spazi considerevoli, ma al crescere della sua incidenza vi sono e vi saranno effetti non recuperabili sia in campo funebre, che in quello cimiteriale, che si distribuiranno su tutta la filiera.

 

la crisi di genere

 dalle gestioni in economia diretta nelle medie e grandi città si è passati dapprima alle aziende municipalizzate, poi alle aziende speciali, quindi alle spa e in particolare alle cosiddette "in house"; ora vi è un altro cambiamento epocale alle porte: i servizi pubblici locali, grazie prima all'articolo 23-bis del dl 112/2008 e al regolamento attuativo, abrogati per referendum, e ora riproposto quasi nella stessa precedente formulazione con l'art. 4 del dl 138/2011, verranno sempre più privatizzati e quindi si faranno strada altri modelli e cioè l'affidamento a terzi vincitori di gara (concessionari) o la società mista pubblico privato con quest'ultimo scelto a mezzo gara.

l'"in house", soprattutto per i vincoli di bilancio, contenitivi delle assunzioni, di procedure d'acquisto sempre più farraginose, è destinata ad essere residuale, se non a sparire.

è possibile ipotizzare un ulteriore modello gestionale?

 

l'analisi

la legge stabilisce che un comune deve garantire come servizi essenziali quelli cimiteriali e quelli necroscopici.
e già qui qualche problema c'è, perché non vi è una definizione univoca di tali tipologie di servizi.
l'unica cosa certa è che il cimitero è un bene appartenente al demanio comunale, come lo è l'acquedotto.

in ambito cimiteriale l'unico vero obbligo è quello di garantire da parte di un comune la sepoltura in campo comune di inumazione (ma se fino al 2001 era gratuita, da allora è divenuta ordinariamente a pagamento, mentre resta gratuita solo per gli indigenti).

il resto (la disponibilità di un crematorio, la disponibilità di loculi, tombe o aree cimiteriali da concedere, la illuminazione elettrica votiva a rete) sono dei "di più" che, nel tempo, sono stati richiesti dapprima dalle classi sociali più agiate e col tempo sono divenute un fenomeno di massa, per emulazione.

inesorabilmente, la cremazione sta sostituendo e sostituirà sempre più nelle scelte individuali la inumazione in campo comune (che è considerata di povertà e rifiutata da roma in giù) e la tumulazione di feretro in loculo stagno (tanto per intenderci con la doppia cassa, di cui una di zinco).
la tumulazione areata (senza cassa di zinco, attualmente permessa in 4-5 regioni italiane) avrà bisogno di anni prima di diventare significativa.

la diffusione della cremazione ha indotto o sta inducendo diverse amministrazioni comunali a prevedere la installazione di impianti di cremazione non solo nei capoluoghi di provincia (impianti di primo livello), ma anche in comuni di dimensioni inferiori (impianti di secondo livello); talvolta a pochi chilometri l'uno dall'altro, dove le logiche di campanile prevalgono su quelle programmatorie, con un evidente fallimento della pianificazione regionale prevista dalla l. 130/2001.

il risultato è che la cremazione sarà oggetto, laddove si costruiscano numerosi altri impianti nelle vicinanze, ad una concorrenza esasperata di prezzo.

e pertanto l'unica strada possibile è contenere attraverso la pianificazione il numero di impianti autorizzabili da un lato, individuando un raggio di azione capace di garantire un buon servizio per l'utenza, e al tempo stesso aumentare la qualità del servizio (invero pessima per la ordinaria sepoltura in terra o in loculo!)

la politica cimiteriale, frutto delle elaborazioni degli ultimi decenni, dovrà essere completamente rivista:
sia per una revisione ragionata della politica tariffaria (determinante sarà la disponibilità della tumulazione areata per durate più basse a prezzi che diverranno competitivi con la inumazione e la cremazione), sia per introdurre dal punto di vista regolamentare e sostanziale sistemi di pagamento di prestazioni fornite ai vecchi concessionari di tombe e loculi stagni (talvolta perpetui) e puntare sul massimo utilizzo di sepolture già realizzate in tempi passati.

al cambio di impostazione di politica tariffaria dovrà fare da contraltare una politica immobiliare cimiteriale che garantisca effettivamente una offerta di posti salma (e ancor di più di posti per urne cinerarie) diffusa sul territorio e anticipatrice della domanda.
e anche in questo caso è la qualità e la introduzione di soluzioni innovative, l'attenzione alla cerimonialità, che potrà fare la differenza.

nelle aree ad alta incidenza di cremazione si sarà alle prese con il fenomeno del ritorno nella disponibilità del gestore dei cimiteri dei loculi per i quali si è estinta la concessione (ad esempio perché erano stati concessi a 30 o 40 anni negli anni del boom economico).
e quindi occorrerà rivedere i piani economico finanziari dei gestori di cimiteri per cercare un equilibrio non più basato su forti apporti da margini tariffari determinati da concessioni cimiteriali di nuova costruzione, ma dal rendimento del patrimonio già costruito, da ricondizionare e riconcedere meglio se ai vecchi concessionari.

l'alternativa è l'abbandono dei cimiteri da parte dei cittadini che hanno tutta la convenienza a portare le urne cinerarie in luoghi diversi (come la propria casa).

quattro sono gli strumenti necessari per una politica cimiteriale degna di questo nome, che occorre siano uniti ad una dose consistente di managerialità:
modernizzazione del regolamento di polizia mortuaria comunale, pianificazione cimiteriale, cambio del sistema tariffario, nuove modalità gestionali.

circa la forma di gestione:
per città di medie e medio-grandi dimensioni occorre superare lo strumento della società "in house", forse ancora utile nei piccoli comuni.
quindi occorre puntare sull'affidamento a terzi, o sulla società mista.

chi può essere questo terzo? un gestore privato, ma anche, se sussiste adeguata efficienza gestionale, la vecchia impresa pubblica che cerca di vincere la prima gara.
o anche, e questa è la novità, un soggetto ad azionariato diffuso.

due parole infine sul project financing cimiteriale: per come è praticato ora è "un furto legalizzato" per le prossime generazioni.
la maggior parte dei project financing cimiteriali sono pensati da costruttori privi di cultura gestionale cimiteriale, a cui interessa principalmente costruire la maggior quantità possibile di manufatti, favorire le politiche di concessione di loculi non in presenza di salma e quindi, "vendere" loculi vuoti, incassandone subito il prezzo.

l'amministrazione ha tutto l'interesse a far fare a terzi quel che non riesce più a fare lei, sia per carenza di disponibilità finanziarie, sia per carenze programmatorie.
ma alla concessione di un loculo corrispondono servizi da garantire all'utenza per 30,40 o in taluni casi 99 anni.

e, invece, i project financing, durano 20-25 anni.

ecco scoperto l'inganno: l'attuale amministrazione comunale ha una visibilità elettorale positiva nel breve termine, ma lascia alle amministrazioni comunali che verranno (al termine del project financing) l'onere di mantenere il complesso cimiteriale, garantire servizi, quando i soldi se li è già incassati il promotore.

sarebbe veramente utile che la corte dei conti indagasse profondamente nei project financing cimiteriali, e che venissero dettate norme severe di contrattualizzazione e di contabilizzazione dei ricavi da concessione per lasciare al termine del project al comune un fondo capace di sostentare le future manutenzioni.

il servizio necroscopico può essere garantito sia da soluzioni minimali (raccolta salme incidentate, funerali per indigenti garantiti dall'ente locale) sia ancora con una convenzione con l'azienda ospedaliera o istituto di medicina legale per la fornitura di quei servizi che la legge assegna al comune, ma che questi può far svolgere anche da terzi predefiniti (dal d.p.r. 285/90).

l'attività funebre, non è un servizio obbligatorio.

ma dove esistono delle imprese pubbliche questo servizio nacque per contrastare il malaffare imperante con una azione (qualcuno la chiamerebbe una mission) calmieratrice e moralizzatrice veramente considerevole, tanto che ancor oggi l'impresa pubblica, se presente, è la scelta favorita da una buona quota di cittadinanza, che vede in essa uno strumento di garanzia, capace di assisterlo nei funerali di un proprio caro.

in assenza di un soggetto con tale mission, non si ritiene che il sistema privato puro sia capace di garantire una concorrenzialità sana e a prezzi giusti.

e basta leggere le cronache quotidiane per comprendere che a fronte di 1 caso di malaffare scoperto, ve ne sono almeno 100 che proseguono nella mercificazione delle informazioni sui morenti, noto ai più come "il racket del caro estinto".

le soluzioni

chi potrà procedere al riassetto del sistema funerario italiano?
nel settore funebre la situazione è particolarmente difficile, in quanto si è in presenza di un "mercato imperfetto", dove l'asimmetria informativa tra domanda e offerta è evidente e sotto gli occhi di tutti.
inoltre, nel primo decennio di questo secolo, le norme che diverse regioni hanno approvato non hanno minimamente consentito la regolazione di questo settore, e nemmeno sono riuscite a frenare la crescita abnorme di imprese funebri operanti, tanto che si stima si sia ormai vicini alla media nazionale di 100 funerali annui per impresa funebre.
e la situazione è destinata a peggiorare con la recente approvazione dell'articolo 3 del dl 138/2011 e smi (manovra bis), visto che eliminerà le barriere strutturali all'entrata nel mercato, semplificherà la nascita di nuovi operatori
.

conseguentemente calerà la dimensione media in termini di funerali l'anno di ogni operatore, favorendo l'aumento a dismisura della caccia al morto.

il sistema funerario italiano, secondo diversi studiosi, sta in equilibrio con imprese funebri strutturate che presentino una media di 200 funerali annui, il che vuol dire, su scala nazionale, almeno un dimezzamento dell'attuale numero di soggetti che operano nel settore funebre italiano.

purtroppo la cultura manageriale di una quota consistente di soggetti attualmente operanti nel settore funebre italiano non è tale da favorire processi di fusione.
è invece possibile che una razionalizzazione del settore funebre passi attraverso l'investimento di capitali esteri anche nel nostro paese, in particolare nelle zone del nord e, forse, del centro del paese, aree meno esposte al rischio di criminalità organizzata.
e, forse, se il sistema degli enti locali sarà capace di affrontare con serietà e non solamente con la voglia di far cassa i processi di privatizzazione parziale o totale determinati dall'articolo 4 del dl 138/2011 e s.m.i., si potrebbe anche puntare sullo sviluppo di società ad azionariato diffuso, una versione moderna delle municipalizzate di inizio secolo.

nel settore cimiteriale (inteso in senso lato) la privatizzazione è difficile, sia perché è fondamentale la presenza della infrastruttura demaniale, sia perché attualmente la profittabilità del servizio è nettamente inferiore a quella del comparto funebre.
è inoltre complicata dalla presenza di investitori soprattutto attratti dalla componente costruttiva.

quel che necessita come tipologia di socio operativo per le società miste, in vari comuni di medio grandi dimensioni già organizzati con proprie società di capitali, è soprattutto un soggetto con forti capacità manageriali e competenze gestionali specifiche.
meno interessanti, anche se talvolta utili, soggetti capaci di fare pulizie e operazioni cimiteriali.

all'estero sussistono da anni esperienze gestionali cimiteriali non pubbliche, sia completamente private (ad es. in usa, canada, australia), sia miste (come in spagna, in ungheria).
ma sono esperienze accompagnate da legislazioni di settore precise e con sistemi di controllo efficaci.

non è ancora chiaro se sussistano le condizioni per avere in italia un meticciamento con realtà straniere.

di certo sarebbe utile confrontarsi con le migliori realtà imprenditoriali europee e internazionali in genere, quando la privatizzazione del mercato italiano conseguente alla manovra-bis agirà anche in campo cimiteriale.

è da augurarsi che le gare che si andranno ad indire siano costruite in maniera da tutelare il ruolo del cimitero, che in italia non è quello di un parco, ma di memoria storica della collettività, spesso vero e proprio museo all'aperto.
sarebbe utile rammentare che i problemi del settore cimiteriale, non sono dissimili da quelli del settore acqua e quindi occorre aprire un fronte politico per la pubblicizazione dei cimiteri, inteso non tanto come modalità di gestione, quanto come garanzia del mantenimento della memoria storica di un collettività in cui il gestore deve avere adeguate competenze.

i comuni, da un lato, dovranno garantire un sistema tariffario adeguato, capace di determinare effettive condizioni di profittabilità, ma dall'altro gli affidatari o i cosiddetti soci operativi dovranno anche disporre di capitali importanti, visto che i comuni saranno sempre meno in condizione di apportarne.
ma perché allora non pensare a nuove forme di gestione per servizi tanto delicati quanto utili per la nostra società?

oltre alla ipotesi della cessione totale della impresa pubblica o alla cessione parziale di quote della società pubblica per farla diventare mista, con il coinvolgimento di un socio operativo, si potrebbe sperimentare la strada della società ad azionariato diffuso (come sottospecie dele forme di gestione consentite):
a) con un nocciolo duro (tra 1/3 e i 2/3 del capitale) da cedere, per i servizi cimiteriali, a soggetti imprenditoriali non impresari funebri, per la separazione di genere che anche l'antitrust ha chiesto.
nel solo caso di cessione di quote societarie di impresa funebre è del tutto legittimo prevedere una cessione a imprese funebri purché non operanti nel bacino in cui svolge la propria attività l'impresa funebre pubblica, e questo per ovvi motivi di garanzia di concorrenza e di eliminazione di cartelli potenziali;

b) un'altra quota importante (tra 1/6 e 1/3 del capitale) dovrebbe essere riservata a dipendenti, e in particolare al management, ancor più motivati nell'apporto lavorativo. e' bene sottolineare che soprattutto in campo cimiteriale è l'attuale management che possiede il know how;
c) l'ultima quota di capitale riservata a cittadini residenti nel comune/provincia di operatività, intenzionati ad assicurarsi il possesso di quote societarie di una impresa che nell'immaginario collettivo "non rimarrà mai senza lavoro" e che ha nei propri obiettivi una redditività del capitale, per evitare fenomeni speculativi, ma al tempo stesso per attrarre capitali, con riferimento l'irs 25 anni a cui sommare uno spread di 3 punti percentuali.

di interesse anche la possibilità di collocazione sul mercato di titoli obbligazionari, laddove la società operi su un'area ben più vasta di quella locale. e in tempi in cui non si sa più dove investire con certezza i propri risparmi un investimento del genere potrebbe avere delle chances.
il ruolo del comune, inizialmente detentore di quote societarie, diverrebbe nel tempo sempre meno coinvolto nella gestione, man mano che gli altri soggetti assumono le loro partecipazioni nella società ad azionariato diffuso, fino a svolgere, al termine del percorso di privatizzazione, i ruoli propri di regolatore, pianificatore, indirizzo e controllo.

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14 ottobre 2011 - 17:57

cinema. attrice ex-porno vince il festival del film musulmano. i religiosi insorgono.

una notizia curiosa.
attrice ex-porno è una vergogna e non deve essere premiata al festival del cinema religioso.

è accaduto in russia, in tataria (repubblica autonomia del tatarstan), dove l’attrice tedesca (e turca) sibel kekilli il mese scorso ha ricevuto il premio come migliore attrice al festival del cinema musulmano.

questo è il film premiato a kazan: die fremde (la straniera).
un film tedesco drammatico sulla comunità turca in germania

 

in quest'altro spezzone, ecco la brava kekilli mentre, l’anno scorso, riceveva il premio per il cinema tedesco (deutscher filmpreis) come migliore attrice protagonista ancora per lo stesso film.
 

ma nel passato sibel kekilli ha recitato in filmetti erotici.
con il nome d’arte (è un’arte anche quella) di dilara.

"è vero, come accade sempre: ero giovane e avevo bisogno di soldi", aveva spiegato l’attrice tedesca (e turca). e aveva dovuto lasciare la famiglia turca, che si sentiva disonorata.

non ti propongo, per motivi evidenti di buongusto, alcuna scena dei film della "vita precedente" di kekilli.
però ecco un più tollerabile collage di foto leggermente sexy della giovane *dilara* realizzato da un suo ammiratore turco.
 

scandalo.
scandalo perché taluni, nel crearsi la loro idea di numi, sono convinti che alle loro divinità interessino molto i gusti sessuali dei mortali.
e su questo fondano la loro idea di etica.

così l’altra settimana il "vescovo" dei maomettani di kazan, cioè muftì a il capo dell’amministrazione spirituale dei musulmani del tatarstan, ildus faizov, ha scritto una lettera ufficiale e imbufalita al ministero della cultura della repubblica tatara.
faizov ha contestato l’organizzazione del festival perché ha assegnato il premio a un’attrice così svergognata.
e poi sibel kekilli in passato aveva detto in un’intervista che la violenza è parte integrante dell'islam.
"al festival sono stati invitati artisti il cui lavoro ha poco in comune con l'idea centrale del festival musulmano ed è contrario alle norme generalmente accettate di moralità e l'etica dell'islam", ha scritto nella lettera il mufti.
secondo faizov, l’assegnazione scredita egli stesso come muftì, e con lui tutti i musulmani della regione.

e qui finisce la notiziola curiosa.
ma se ti interessa saperne di più, puoi leggere un resoconto della contestazione religiosa per motivi sessuali sulla pravda (qui nella traduzione automatica in italiano fatta dal translate di google), ma anche sul sito ucraino siteua, su moneytimes, sulla nezavisimaia gazeta, e su info altai. 

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7 ottobre 2011 - 18:28

della vita, della morte. un articolo sui retroscena funerari a una sagra di paese.

metafora della vita tra una bara e un arrosticino, tra un fritto di mare e un'esumazione, tra una grappa e una cremazione.

è un argomento, la morte, di cui mi sono occupato per lavoro solamente quando, ragazzino, ero cronista di "nera" e per dovere professionale dovevo vedere e scrivere di mort'ammazzati.

ma daniele fogli ha scritto questo articolo a mio parere interessante, a dispetto dell'argomento lugubre.
e soprattutto, fogli l'ha scritto con un tono disincantato.
contrapponendo (è la vita, bebi) il menù di una sagra di paese con gli argomenti spinosi della morte.

si tratta dell'editoriale pubblicato sull'ultim... ops... sul nuovo numero della rivista "i servizi funerari".
questa rivista è un trimestrale per gli operatori del settore funebre e cimiteriale promosso dalla sefit, l'associazione della federutility che raccoglie le aziende pubbliche locali attive in questo mesto settore.

compiuti i riti scaramantici più bischeri, ripubblico l'articolo di fogli, per gentilissima concessione sua, della casa editrice euroact, della sefit e della federutility, federazione che raccoglie anche altri più lieti segmenti di attività come i trasporti pubblici, gli acquedotti, le aziende del gas e così via.

 

una lezione di vita

di daniele fogli

qualche sera fa ero, con conoscenti, ad una sagra. al mio tavolo stavano una dozzina di persone, pensionate, alcune che conoscevo da tempo, altre solo di vista.
una delle persone che conoscevo da più tempo, si è rivolta a me, all’inizio della cena, dicendo se ricordavo xy: era deceduto; aveva scelto di farsi cremare. e con naturalezza, ricordandosi della mia esperienza lavorativa, mi chiede subito quanto può costare un funerale con cremazione: più o meno di uno con sepoltura tradizionale?

ho risposto che un funerale con cremazione costa circa quanto uno senza cremazione, quel che ormai fa la differenza è il costo della sepoltura. se poi lo si confronta con la tumulazione stagna, il maggior costo dato dalla operazione di cremazione è spesso compensato dal minor costo della bara di zinco, dalla sua saldatura, dall’apertura e chiusura di un loculo, operazioni in genere più costose dell’apertura e chiusura di una celletta cineraria. e poi molto dipendeva dalla scelta della bara! comunque un prezzo medio – nella mia città – comprensivo di trasporto funebre, bara, fiori, necrologie e quant’altro di ordinaria scelta, poteva aggirarsi sui 3.500/4.000 euro. e qui vedo il primo imbarazzo. come, non i 7.000 euro che pensava il mio interlocutore. ed era fatta! al tavolo si accende una discussione serrata, tra un arrosticino e un fritto di pesce …: un signore, di fronte a me, comincia subito a dire che a lui, l’impresario funebre, amico, aveva fatto pagare per il funerale della moglie 9.000 euro, e la tomba già l’aveva. la mia risposta è stata secca: “bell’amico! ti ha chiesto almeno il doppio più di quanto era necessario”. mi volto alla mia sinistra e una signora, che non conoscevo, si rivolge a me, non senza qualche imbarazzo, chiedendomi se poteva “approfittare” per un problema che aveva sull’intestazione e sull’uso della tomba. va bene, dico, quando vuole, addentando un pezzo di salsiccia ai ferri che mi era appena stata portata. non faccio a tempo ad attaccare il pezzetto di carne, che alla mia destra interviene un altro conoscente che, ancora pensando ai costi del funerale, si lancia in una serie di valutazioni che si possono così sintetizzare: costa tutto troppo, in fin dei conti una cassa è di 4 assi, un funerale dura 2-3 ore, il trasporto funebre fatto in taxi costerebbe molto meno, e perché non usare una cassa di cartone per la cremazione; poi si disperdono le ceneri e il funerale è fatto! perché ingrassare le pompe funebri, il comune?
non ha tutti i torti, penso io, ma poi comincio con lo spiegare che quando uno va a comperare un maglione in un negozio, non paga per il maglione per il peso della lana e i 5-10 minuti della commessa. esiste anche una qualità di fattura del maglione, altrimenti missoni chi se lo sarebbe filato?
e poi giù a spigare che le pompe funebri sono un lavoro in cui i costi fissi sono elevati, perché è un negozio che deve essere aperto 365 giorni all’anno, giorno e notte (in reperibilità).
e il personale costa, anche se è lì per attendere una telefonata. e poi, sfatiamo il falso mito che la cassa di cartone costi poco o nulla, l’impresario funebre paga una cassa presentabile di legno di bassa qualità un poco più di una cassa di legno e cartone da cremazione per cadavere.
il sovrappiù di prezzo è dato dall’errore di caricare il costo del servizio e il recupero dei costi fissi soprattutto sulla bara, invece di fatturarli per quello che sono: servizi! è in questo momento che mi appare in tutta la sua evidenza la necessità di attuare l’art. 7 comma 1 della legge 130/2001, sulla cremazione. cosa dice questo comma, direte voi? andatevelo a leggere, risponderei io, ma in sintesi è il comune che dovrebbe informare i cittadini sui profili economici del funerale, vista l’ignoranza che esiste in materia.
ma non è finita, la moglie dell’ultimo interlocutore, mi rappresenta la situazione del cimitero del suo paese (vive in zona di campagna) in cui i morti sepolti a terra sono quasi scomparsi.
una volta i cimiteri erano pieni di lapidi di persone sepolte in terra, ora, invece si sono svuotati!
perché?
mah, dico io, in attesa di un pezzetto di torta “tenerina”, penso per due motivi: cala la inumazione visto che la gente sceglie sempre più la cremazione (nelle mie zone ormai al 50%) e mentre una volta l’esumazione ordinaria la governava il fossore del paese, ormai tutte queste operazioni – per ottimizzare i costi - si commissionano a terzi che, per essere economicamente competitivi, le devono fare in forma massiva, tra il decimo e l’undicesimo anno di sepoltura.
per cui resta, in questo caso, mezzo campo comune vuoto, mentre la gente non si spiega perché deve pagare la cremazione dell’inconsunto, che poteva stare ancora sotto terra per qualche anno, per lasciare poi un cimitero con poche lapidi: un “non cimitero”, nelle parole della mia interlocutrice.
e io a spiegare che gli inconsunti (caspita, in poco più di vent’anni, da argomento ignoto ai più, è diventato un argomento di normale conversazione) anche se restano inumati per altri anni, generalmente non si scheletrizzano, per molti e diversi motivi. e la mia interlocutrice: è lo stesso, un campo comune senza lapidi, non è un campo comune; un cimitero senza morti, non è un cimitero!
a questo punto, forse complice un grappino, cedo: ha ragione, forse è meglio ripensare agli effetti indesiderati di queste politiche di risparmio nella gestione dei cimiteri, altrimenti il rischio è che quel “luogo di memoria” sia rifiutato per il tipo di memoria che trasmette.
vi risparmio, complice anche lo spazio a mia disposizione per questo editoriale, il resto della conversazione, che si è dipanato sulle caratteristiche delle bare, di legno e di cartone, se inquinano di più o di meno queste ultime, le vernici, ecc.
insomma una sagra in compagnia di persone sulla settantina, che si facevano domande sul loro futuro, sul presente e che esprimevano dubbi e considerazioni sulla morte e su quello che la circonda, senza tabù.
una bella lezione di vita, pardon: di morte!

 

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3 ottobre 2011 - 19:10

cinema. ermanno olmi e "il villaggio di cartone". un inno dolente all'etica stoica. e altre storie.

ieri sera al piccolo teatro strehler di milano è stato dato in anteprima milanese "il villaggio di cartone", il nuovo film di ermanno olmi, presentato un mese fa alla mostra del cinema della biennale di venezia.

la serata al teatro strehler era sponsorizzata dall'edison e da banca intesa, con la collaborazione di rai cinema e del piccolo teatro e con l'aiuto di corriere della sera.
dopo la proiezione c'è stato un dibattito con - appoltronati sul palcoscenico del teatro - ermanno olmi, il banchiere cattolico giovanni bazoli, il prete di frontiera don gino rigoldi, sergio escobar (direttore del teatro) e il filosofo ateo giulio giorello; coordinatore, il direttore del corriere ferruccio de bortoli.

del dibattito farò cenno più sotto; ora parlo del film.

"il villaggio di cartone" è un film lentissimo, con dialoghi rarefatti e a bassa voce, estetizzante nelle immagini; un film che in apparenza parla del problema sociale dell'immigrazione clandestina.
in apparenza.

e in apparenza, parla della chiesa cattolica e della fede nei numi.
in apparenza.

"il villaggio di cartone" è un inno sofferto all'etica laica dello stoicismo.
è una presa d'atto della solitudine dell'uomo, senza numi a proteggerlo.
l'uomo trova sé stesso (ma non gli altri) attraverso l'esercizio sofferente e solitario dell'etica stoica.
il film testimonia la caduta del relativismo delle fedi e delle credenze e la dolente vittoria del dubbio e dei valori etici privi di divinità.

la storia narrata, in poche righe.
una chiesa di quelle moderne (cemento armato e vetrate astratte: il set è stato costruito nel palazzetto dello sport di bari) viene sconsacrata e vuotata degli arredi. il vecchio parroco va in pensione, e continua a vivere nella canonica.
nottetempo la chiesa viene occupata da un gruppo di clandestini africani, i quali restano accampati nella chiesa qualche giorno prima di un passaggio verso la francia, mentre il reverendo imbocca la fine della vita ripensando al suo passato.

ci sono personaggi e oggetti che affiancano la figura del vecchio sacerdote, e cenni collaterali di altre storie.
l'ingegnere africano e la puttana nigeriana, densi di umanità nelle loro scelte difficili e giuste; una coppia di giovani terroristi con la cintura al c4; alcuni crocifissi senza occhi; un medico ateo ebreo; il parrocchiano italiano, ambiguo nella sua scelta perbene nel male; un quadernetto traccia della memoria di un uomo.
e ci sono porte: tante porte, chiuse sprangate, inchiavardate, bussate, aperte, forzate, socchiuse.

tutto il film si svolge nella chiesa cementizia e nella canonica adiacente; nessuna immagine di esterni (se non filtrata attraverso inferriate, vetrate dai disegni astratti, finestre, schermi televisivi).
il mondo esterno si manifesta in questo intestino di cemento sotto forma di luci, il rombo di elicotteri rasoterra, polizie, macchinari, lampeggianti blu, scorci di cielo, lampi di torce.

qui il trailer del film
 

e qui le prime scene
 

la musica è di sofia asgàtovna gubaidùlina, bravissima e celebre compositrice russo-siberiana che ho sempre amato, anche se di sapore difficile per chi non è avvezzo alla musica contemporanea.

ecco un assaggio della musica di gubaidùlina: non è un passo della musica sonora del film ma serve per darti un'idea.
 

che cosa dice il film?

- la chiesa (l'edificio, metafora della struttura sociale ecclesiastica) ritrova la sua funzione quando viene rimosso il crocifisso dagli occhi chiusi e dolenti.
- il prete vecchio tiene nella chiesa devastata dall'abbandono un sermone sul dubbio, sul dubbio perenne e tormentoso.
- nel letto della malattia, al medico ebreo il reverendo sussurra (nodo centrale del film): "il bene è più della fede"
- l'ingegnere africano aiuta gli immigrati: non per interesse, ma per dovere morale.
- la puttana nigeriana, uguale: aiuta gli altri per dovere morale, per un'alta morale che passa per il cuore e per il cervello.
- la preghiera come rimedio alla solitudine.
- il medico ebreo assolve il suo dovere d'uomo-senza-fede-nei-numi. quando aveva pregato l'ultima volta? da bambino, in campo di concentramento.

- chi non compie il dovere morale, chi tradisce l'ordine della giustizia è il parrocchiano bempensante.

ecco, l'asciutta solitudine del dovere morale.
la scelta del bene "più forte della fede", più forte del gesù del parroco, più di allà dei maomettani.
e questa scelta non si può condividere: il dovere morale è "più forte della fede" ma è più solo, come è solo chi lo pratica, che sia prete in pensione, ingegnere africano, puttana nigeriana o medico ebreo.

ecco che cosa scrisse dieci anni fa indro montanelli sul corriere della sera (clicca qui per leggere l'articolo integrale) in risposta a una lettrice.

lo stoicismo non è cosa da poterne parlare come di una moda o di una bizza con relativi aneddoti da spot televisivo: impariamo a distinguere le cose serie dalle baggianate.
...
come d' altronde tutte le altre scuole di pensiero, lo stoicismo nasce in grecia ad opera del filosofo zenone nel iv secolo avanti cristo, cioè in un momento che chiamerei di «vacanza celeste».

...
è a questo punto che interviene il credo stoico, il quale dice a questi poveri orfani del cielo: «non preoccupatevi di ciò che avviene lassù, e di cui nemmeno noi sappiamo nulla.
preoccupatevi soltanto delle regole da seguire nella vita terrena.
quali sono, queste regole?
sono il coraggio di fronte a tutti gli eventi, compresa la morte, la virile sopportazione dei triboli e delle difficoltà che la vita sempre comporta, la rinunzia alle seduzioni della vanità, l'indifferenza alle opinioni altrui.
e tutto questo non per guadagnarvi un premio nell' aldilà, che forse non esiste nemmeno; ma per l' intima soddisfazione di essere, tra gli uomini, più uomo degli altri».
questo, intendiamoci, è un riassunto molto approssimativo e altrettanto grossolano del credo stoico; ma - ritengo - esatto nella sostanza.
esso non fece molti proseliti ad atene dove c' era troppa concorrenza: socrate, platone, aristotele eccetera.
ma trovò più larga udienza a roma, dove incontrò il consenso di tre uomini tra i più importanti dell' urbe: il filosofo epitteto; l' istitutore di nerone, seneca; e più tardi l' ultimo grande campione della roma imperiale, marc' aurelio.
in italia i pochi, pochissimi, che sanno qualcosa dello stoicismo, lo sanno da questi tre uomini, e soprattutto da seneca, che ne fu, nelle stesse sue famose «lettere», non soltanto il maggior teorico, ma anche l' incarnazione e l' esempio.

...
essi riconoscono che seneca predicò sempre, ma non sempre razzolò, da grande stoico. non mi sento di entrare in questa diatriba: me ne mancano le nozioni.
ma ne ho quante bastano per poter dire che, anche se non sempre seppe vivere da stoico, da stoico seneca seppe morire quando ne ricevette l' ordine dal suo ex-pupillo nerone.
sdraiato nella sua vasca da bagno, offrì il braccio al dottore dicendogli: «punge, medice» (pungi, medico), e se ne lasciò svenare.
fu il primo esempio, credo, di eutanasia o «dolce morte», eseguito in collaborazione con la scienza e senza interventi di tribunale.
alto esempio di civiltà.
se poi lei, cara signora, vuole leggere o dare da leggere ai suoi figli o nipoti (ammesso che lei sia in età di averne) un testo di stoicismo moderno, uno ce n' è, stupendo: una poesia di kipling che s' intitola «if», che vuol dire «se».

dovrebbero esisterne anche delle traduzioni italiane, fra cui una mia, che però non ricordo da chi venne stampata.
forse l' autore non si rese conto di aver composto il breviario o catechismo del credo stoico. ma tale era. 

cliccando qui puoi leggere la poesia "if" di kipling, citata qui sopra da montanelli, in inglese e tradotta in italiano.

"il villaggio di cartone" non è un film su relativismi come la cristianità o l'islam, né sull'immigrazione, bensì sulla solitudine della dignità.

questo concetto non è stato compreso al dibattito pubblico che al teatro strehler ha seguìto la proiezione.
il messaggio di olmi è come sfuggito.
il film è stato definito come una "testimonianza di fede cristiana", quando, al contrario, il film è la testimonianza della solitudine e della perdita della fede nei numi.
inascoltate anche le sue parole dirette: al microfono il vecchio regista ha detto che in questi anni ha coltivato sempre più il dubbio e adesso è fuori da ogni chiesa: "non credo più alle chiese religiose, laiche, culturali".
dice olmi davanti al pubblico dello strehler: "non avendo chiese sono solo. ma in questa solitudine ho capito il valore della libertà".

in sala (cito qualche nome) moni ovadia, adriano celentano, cesare romiti, ottavio missoni e altri.
sul palco, oltre a ferruccio de bortoli, un esuberante gino rigoldi - le sue porte sono sempre aperte ai deboli e agli oppressi - e due brevi interventi di escobar e giorello.
invece bazoli è stato noiosamente e trombonescamente vescovile: ha parlato a lungo, troppo a lungo, di valori cristiani, di fede cattolica, di scoperta del senso del sacro.
come se bazoli non avesse visto il film, come se non avesse ascoltato la viva voce di ermanno olmi, che fuori dalle chiese ha scoperto la libertà.
bazoli non aveva ascoltato olmi.
ma ha distribuito nel pubblico le sue perle di saggezza.

è un vizio ricorrente, non saper ascoltare.
penso per esempio al cardinale gianfranco ravasi, del quale do solamente un segnale dell'incapacità di ascolto: egli, ravasi, è iscritto a twitter.
il suo account è @cardravasi.

twitter è (similmente a facebook, ma in modo più asciutto) un luogo di scambio di pensieri, pareri, notizie e anche di corbellerie umane.
chi vi s'iscrive, è seguito da altri frequentatori ("follower"), i quali leggono i suoi pensieri, e al tempo stesso egli sceglie alcune persone da seguire ("following") per poterne leggere i pensieri.
è un ottimo luogo d'ascolto, twitter.

ebbene, il cardinale ravasi su twitter è seguito da oltre 500 persone "follower", tra le quali anch'io, alle quali ravasi distribuisce i suoi alti ed edificanti pensieri.
ma ravasi su twitter non segue nessuno. ha scelto di seguire i pensieri di numero 0 (in lettere: zero) "following" che egli possa ascoltare.

in twitter, il cardinale ravasi semina le sue perle di pensiero e non ascolta nessuno.

e il cardinale gianfranco ravasi è proprio il coordinatore di quel cortile dei gentili creato dalla chiesa cattolica per aprire una finestra d'ascolto sul resto del mondo che non crede nei numi.

nel mondo cattolico la propensione al rischio della sordità comincia a destare preoccupazione.
non a caso l'altro giorno con un bell'articolo armando matteo si chiedeva sull'avvenire, con voce cattolica: che cosa ci manca? perché i non-credenti temono noi e il "cortile dei gentili"?

cliccando qui puoi leggere l'articolo integrale di armando matteo pubblicato sull'avvenire.

eccone qualche passo:

già questo primo passaggio impone una seria analisi sul modo con cui la comunità dei credenti di fatto propone se stessa al mondo. ed è non poco faticoso per noi dover ammettere che a molte persone estranee alla religione, oltre che a moltissimi atei e agnostici, la chiesa appaia come una sorta di esercito che va all’assalto di coloro che sono da essa lontani e che intende riportarli in una specie di stato minorità mentale, caratterizzata dalla costruzione a rinunciare alla libertà di pensiero e di volontà. una tale paura della chiesa, cioè nei confronti della chiesa, fa pensare.

(quella libertà senza-chiesa di cui parlava olmi ieri sera)

da una parte essa è riconducibile all’ancora vigente sistema intellettuale illuministico, secondo il quale chi crede non pensa e chi pensa non crede; dall’altra, è pure l’effetto di una corrente di pensiero particolarmente critica nei confronti del sistema ecclesiale (si faccia mente ai rappresentanti del cosiddetto “nuovo ateismo”), che scrive e dice di tutto pur di dipingere il cattolicesimo ai limiti del caricaturale. tuttavia non possiamo escludere una quota di responsabilità da parte nostra nella costruzione di questa immagine molto diffusa di chiesa, capace appunto di suscitare spavento.
la prima idea che la proposta del cortile dei gentili suggerisce è, allora, uno sguardo lucido sulla realtà stessa della chiesa: quale suo aspetto genera, nei non credenti, negli atei, negli agnostici, un possibile sentimento di paura, di terrore, di spavento? perché a noi credenti è quasi come impedito rivolgere un invito più diretto e immediato all’ascolto del vangelo e alla proposta della fede di gesù, che nulla di meno rappresenta del massimo esercizio della libertà e dell’uso della ragione umana?

torno a ermanno olmi.

che c'entra l'edison con il regista?
c'entra perché olmi cominciò a girare i film come dipendente dell'edison.

ecco la storia, come la raccontavo in un mio articolo scritto nel 2008 sul sole 24 ore.

come buona parte delle fabbriche costruite negli ultimi anni, anche il cinema industriale di oggi è in genere ripetitivo. sullo schermo scivolano le ricostruzioni al computer, le immagini delle persone al lavoro riprese con inquadrature ovvie, i rendering degli impianti commentati da un tappeto continuo di musica ritmata e da una voce fuori campo che sembra quella della pubblicità delle merende al cioccolato. sono filmetti funzionali, utilitari, documentali. (si producono, beninteso, anche film industriali di pregio, ma sono una rarità).
nel 1956 invece per documentare la costruzione di una diga idroelettrica ai piedi dell'adamello l'edison aveva ingaggiato pier paolo pasolini come autore dei testi ed ermanno olmi come regista. le grandi imprese assoldavano alla cinepresa michelangelo antonioni o bernardo bertolucci, che per l'eni nel '66 diresse la via del petrolio.
...
una carriera cominciata nella società di foro buonaparte. ermanno olmi è nato il 24 luglio del 1931. suo padre morì in guerra. la madre di olmi lavorava all'edison, e spediva il piccolo in vacanza alla colonia edison. nel '53 venne assunto dalla società e fu destinato ai servizi generali; si occupava del dopolavoro edison. recite aziendali (regista, un dipendente vicino alla pensione) e filmetti con la cinepresa amatoriale. opera prima (non censita da alcun dizionario del cinema e dispersa): gita sociale in val formazza. cose da dopolavoro.
...
nel '54 girò il suo primo film ufficialmente censito, piccoli calabresi sul lago maggiore, pochi minuti in bianco e nero della casa di produzione sezione cinema edisonvolta dove olmi raffigura i bambini nella colonia vacanze per i figli dei dipendenti, quella colonia che lui aveva frequentato con le braghette corte.
olmi è rimasto dipendente dell'edison fino al '63, quando arrivò il terremoto della nazionalizzazione elettrica, nacque l'enel.
...
il brevissimo manon finestra 2 (1956, testo di pasolini) e il tempo si è fermato (1959). aiuto regista, montatore, fotografia: tutti dipendenti dell'edison. in entrambe le pellicole, l'ambientazione sono le dighe idroelettriche in costruzione ai piedi dell'adamello, dove gli operai – tutti con i baffi d'ordinanza – lavorano «in esilio vicino al cielo», parole di pasolini. le dighe cìmego e veneròcolo (oggi dell'enel). nessun rendering, nessun sottofondo musicale. gli impianti si intravedono, e protagonista è l'uomo, attraverso il quale passano le storie della vita, le generazioni che cambiano, il sudore, l'etica del lavoro. quell'etica minimalista del lavoro cantata da primo levi con la chiave a stella.

concludo con due note a margine.
personale per la brava valentina cravino: non sottovalutare le nuove forme di espressione consentite dal web al giornalismo.
per tutti i lettori: i
l trailer del film il mestiere delle armi, di dieci anni fa:

 

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15 settembre 2011 - 20:20

ambiente. energia. storia. e altro. ti consiglio 5 libri: de pascali, montalbetti, ramella, risoluti, vatinno.

suggerisco alcuni libri per la tua biblioteca

 

 

 

carlo montalbetti, ercole sori
quel che resta di un bene
breve storia della raccolta differenziata e del riciclaggio di carta e cartone
il mulino, 17 euro

Quel-che-resta-di-un-bene-L-1zo4qs 
dal riuso dei materiali di scarto nell'economia preindustriale alla formazione dell'odierna "coscienza ecologica", il libro propone un'inedita ricostruzione della storia della raccolta differenziata in italia, che gli autori conducono anche attraverso un'analisi del cambiamento delle abitudini e degli stili di vita.
in questo percorso si indagano i fattori storici, economici e culturali che accompagnano il passaggio dalle occasionali e rudimentali forme di raccolta del primo dopoguerra ai sistemi organizzati dei giorni nostri.
partendo dalle origini del recupero e riciclo dei materiali in un paese tradizionalmente povero di materie prime come l'italia si arriva, in epoca moderna, a una stretta compenetrazione tra le "ragioni" ambientali e quelle dei settori industriali di impiego dei materiali di recupero.
nel caso del settore cartario e cartotecnico questa compenetrazione mostra un livello ottimale di sintesi: il rapido diffondersi delle raccolte urbane di carta e cartone ha reso i comuni italiani delle "foreste urbane" capaci di approvvigionare il comparto produttivo nazionale, svincolandolo dalla storica dipendenza dall'estero per il soddisfacimento del proprio fabbisogno di materia prima. il volume si conclude con un capitolo dedicato al quadro normativo di riferimento curato da claudio busca.

note personali. raccomando la lettura di questo libro perché carlo montalbetti è molto intelligente e il baffetto da falchetto gli conferisce un'aria più che simpatica. il fatto che sia il direttore del comieco, il consorzio di riciclo della carta, conta poco: in realtà montalbetti è un attivissimo esponente della società civile milanese.

la frase rivelatrice. "a prato, nel 1913, accanto a una cinquantina di lanifici si contano 11 aziende di carbonizzazione degli stracci e di stracciatura e ben 44 di classificazione degli stracci". (da pag. 71)

accostamenti. la lettura si accompagna con torta cacao-e-pere.

 

 

 

 

a cura di francesco ramella, prefazione di enrico musso
trasporti e infrastrutture
un'altra politica è possibile
iblibri, 20 euro
9788864400426 
70 miliardi di euro. a tanto ammontano le risorse che, ogni anno, i contribuenti europei versano nelle casse delle aziende che gestiscono reti e forniscono servizi di trasporto collettivo locale e di lunga percorrenza. risorse necessarie, ripetono in coro decisori pubblici di ogni paese e di ogni schieramento, per garantire il "diritto alla mobilità" delle persone a più basso reddito e per perseguire l'obiettivo del riequilibrio modale: meno auto e più tram, meno tir e più vagoni ferroviari. solo così, ci dicono, la mobilità potrà divenire "sostenibile". in questo libro, che raccoglie i contributi di importanti studiosi del settore (wendell cox, marco ponti, rémy prud'homme e francesco ramella), si mostra però come tale ingente trasferimento di risorse non abbia portato ad alcun risultato apprezzabile. per i loro spostamenti quotidiani, i cittadini continuano a preferire in larghissima maggioranza, i poveri non meno dei ricchi, l'ipertassata auto; mentre, per il trasporto merci, la quota di mercato della ferrovia, espressa in termini di fatturato, è prossima allo zero. sembra dunque giunto il momento di cambiare strada.

note personali. francesco ramella, preoccupante cadenza piemontese, è un polemista di raro acume. sa andare controcorrente. e ramella è pure (udite udite) un pensatore della destra alta, della destra stoicamente senechiana, della destra morale e liberale: una specie vivente che la tassonomia del linneo dava ormai estinta. infine, di trasporti, capisce assai più di me.

la frase rivelatrice. "condizioni di traffico irregolare creano anche emissioni più elevate di gas serra". (da pag. 108)

accostamenti. la lettura si accompagna perfettamente con un ascolto di "ionisation" (1931) di edgar varèse

 

 

 

 

 

giuseppe vatinno, prefazione di francesco rutelli
ecologia politica. la fine del nucleare
armando editore, 28 euro

Ecologia-politica-la-fine-del-nucleare-3261774 
il libro contiene saggi e articoli sulle problematiche ambientali analizzate da diverse prospettive: politica, storica e scientifica. l’ambiente, soprattutto a partire dal xx secolo, ha acquisito un’importanza fondamentale per le agende politiche mondiali ed è sempre più evidente l’intreccio tra ecologia, giustizia sociale e democrazia. le grandi emergenze planetarie, dai cambiamenti climatici, alla desertificazione, alla sfida energetica con la scelta del nucleare che sempre più, anche alla luce del recente disastro nucleare in giappone, appare una strada non percorribile, sono tematiche ineludibili per la stessa sopravvivenza dell’umanità. starà alla politica decidere finalmente per un modello di sviluppo ecologicamente sostenibile e che, nel contempo, assicuri la crescita economica.

note personali. giuseppe vatinno è un fisico, quelli con la testa tra i muoni, i campi magnetici e altri temi esoterici. l'altro giorno voleva convincermi di una nuova tecnologia di cui ho capito solamente le parole "quindi", "poi", "e pertanto". ma al tempo stesso ha i piedi per terra e si occupa attivamente di politica vera. stava con i dipietrini di italia dei valori e ora sta con i rutelliani di alleanza per l'italia.

la frase rivelatrice: "p=l/t misurata in watt (1w=1j/1s)" (da pag. 43)

accostamenti. la lettura del libro di vatinno ha come accompagnamento ideale il quaerendo invenietis della musikalisches opfer

 

 

 


paolo de pascali
città ed energia
la valenza energetica dell'organizzazione insediativa
franco angeli, 28 euro
Citta-ed-energia-la-valenza-energetica-dell-organizzazione-insediativa-1734514 
la città è il luogo storico di concentrazione della domanda di energia. nel succedersi delle forme di organizzazione sociale che hanno segnato il corso della storia, i consumi energetici si sono addensati, in modi e quantità differenti nel tempo e nello spazio, in quei luoghi particolari che sono le città. la città è sempre stata quindi il luogo specifico, fisicamente ristretto e per un lunghissimo periodo anche nettamente circoscritto, del territorio umanizzato in cui si sono variamente dispiegati gli usi energetici ed i loro effetti sull'economia, sull'ambiente, sulla cultura e sulla società in generale.

se questa considerazione sembra ovvia, meno scontate sono invece le implicazioni e conseguenze di tale fenomeno, specialmente se traguardate attraverso l'imponente valenza da questo progressivamente assunta fino ai nostri giorni.
l'attenzione dedicata, in termini di analisi come di intervento, a tali effetti e implicazioni, risulta infatti molto debole, e sicuramente insufficiente se confrontata con la significatività dell'assunto iniziale.
a ciò contribuiscono molti e complessi fattori, politici, economici e di ordine culturale non proprio favorevoli a concezioni sistemiche dell'uso delle risorse.
appare in ogni modo palese che, a fronte di una relazione intrinseca universalmente e incondizionatamente riconosciuta, il rapporto energia/città, nelle sue complesse articolazioni, viene ampiamente trascurato. il libro propone un esame di alcuni elementi di tale rapporto, in particolare per quanto riguarda le relazioni tra consumo di energia e organizzazione fisica e funzionale degli insediamenti urbani analizzando quindi le posizioni operative in merito.
i fattori di ordine sostanzialmente quantitativo che hanno alimentato finora il motore di progresso nei due vettori, crescita dei consumi e crescita della città fisica, hanno oramai da tempo mostrato i pericoli di tale progressione, indicando in pari tempo l'esigenza di una ricalibratura di ordine qualitativo. il rapporto tra energia e città va ripensato in termini propositivi, con più attenzione e valorizzando il suo carattere sinergico, lungo questa direttrice.

 note personali. paolo de pascali si interessa soprattutto di energia rinnovabile, attraverso l'isnova, ma è anche un urbanista di fama. di persona è dimolto simpatico, soprattutto dopo il secondo spriz.

la frase rivelatrice. "tale situazione costituisce oggettivamente un nodo tematico cui si è cercato di dare risposta sia in termini teorici che applicativi". (da pag 322)

accostamenti. uno spriz al bitter, grazie. con l'oliva. no, niente ghiaccio.

 

 

piero risoluti
i vinti che avevano ragione
armando editore, 22 euro
I-vinti-che-avevano-ragione-3261769 
personaggi e popoli hanno fatto registrare, nella storia, successi e sconfitte. ma come il successo non è sempre stato dalla parte della ragione, così non sempre la sconfitta è stata dalla parte del torto. il libro racconta le vicende di vinti, grandi e meno grandi, che avevano ragione.

note personali. piero risoluti è uno dei pochi scienziati che riescano a essere davvero amabili. lavorava nel nucleare all'enea, ha lavorato all'agenzia atomica di vienna, ora è alla sogin: se dovesse avere un soprannome, lo chiamerei "uomini e isotòpi". nel libro, risoluti mi commuove quando parla della figura luminosa dell'imperatore giuliano ("l'apostata", s'invelenirono i cristiani di allora) e di kerenskij. un libro per quelli che stanno dalla parte di ettore e non di achille.

la frase rivelatrice. "rivediamola, allora, la breve e sfortunata parabola rivoluzionaria di alexander kerenskij" (da pag. 95)

accostamenti. la lettura si accosta benissimo con un marsala pellegrino.

 

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18 agosto 2011 - 21:43

la bara misteriosa che viaggia in autostrada e l'imprenditore vessato. caso risolto. video.

scoperto chi è lo "svitato" che va a spasso sulla a4 venezia-verona con una mercedes cabrio e, come passeggero, una bara.
una bara vera, una cassa da morto, un còfano funebre.
con modanature nel legno pregiato e fusioni d'ottone.

la cassa è vuota, beninteso.

è un caso di protesta: un imprenditore di marcon, nella terraferma veneziana, ha sullo stomaco un sindaco di tanti anni fa.
l'imprenditore si era sentito vessato dal suo sindaco di allora.
un'attività imprenditoriale era stata chiusa d'autorità municipale.

da allora l'imprenditore ha dichiarato guerra pubblica contro quel sindaco di tanti anni fa.
la cassa da morto a spasso per il vèneto eugàneo è - fra tante - la trovata più recente del furibondo imprenditore.

la vicenda è stata raccontata con penna felice da una brava giornalista del corriere del veneto (le pagine vènete del corriere della sera), alice d'este.
qui puoi leggere l'articolo più recente sulla vicenda.

e questo è un video della bara a spasso:

 

la vicenda, atto primo.

la settimana passata e nei giorni scorsi ci sono state decine di segnalazioni lungo l'autostrada.
tra venezia e vicenza una elegante mercedes convertibile dalla livrea di un funebèrrimo color nero, guidata da un altrettanto elegante uomo dal capello brizzolato, portava, ben dritta nel posto del passeggero, una cassa da morto, vistosa nel traffico dei gitanti d'agosto.

l'auto nera con la cassa è stata vista viaggiare in direzione di verona-milano.
poi in un'area di servizio dalle parti di vicenza.
poi a spasso per l'a4 non lontano da venezia.

qualcuno con il telefonino ha chiamato la stradale, qualcun altro - sempre con il telefonino - si è affiancato all'auto funeraria o si è accodato e ha scattato qualche fotografia o ha ripreso qualche breve video.

 

la vicenda, atto secondo.

il mistero è durato pochi giorni, e alice d'este ha spiegato la storia.

il luttuoso viaggiatore è ivano de marchi, 65 anni, di marcon, spiega il corriere del vèneto.
costui ha fatto un voto bizzarro alla madonna del monte bèrico, uno dei santuari più amati.
il voto consiste di mille viaggi con la bara in mille chiese vènete.

nella speranza di ottenere che cosa?

de marchi è pèrfido contro il sindaco che nell'88 fece spianare a marcon la pista di motocross che de marchi aveva fatto costruire.

un carattere poco ortodosso.
una volta de marchi si arrampicò su una gru minacciando di lanciarsi.

un'altra volta, lo stesso de marchi protestò contro una multa per eccesso di velocità piazzando tàniche di benzina davanti al municipio multatore (in quel caso, mogliano), sedendosi sopra alla bomba infiàmmabile e minacciando di darsi fuoco.
per una multa, nè.

ma veniamo a oggi.
il 3 agosto l'augusta immagine di maria gli è apparsa in sogno.

e, sempre nel sogno, de marchi ha stretto un patto onirico con nostra signora del monte bèrico: colei avrebbe fatto sparire l'odiato sindaco se egli avesse adempiuto allo stravagante impegno dei mille viaggi con il còfano funebre.

così l'uomo ha cercato un fèretro a prezzi ragionevoli, e un amico gli ha dato la cassa per appena 500 euro.
de marchi specifica: "usata".
non voglio indagare su questo dettaglio.

 

 

devo notare che le passeggiate con la bara sono cominciate l'altro giorno quando la temperatura estiva ha cominciato a farsi più tòrrida.

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Categorie: Religione, società

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6 luglio 2011 - 18:12

dibattito in corso alla camera sul testamento biologico. riguarda anche te. la diretta di sarubbi.

è in corso adesso alla camera la discussione della legge sul testamento biologico.
è un tema che riguarda tutti, tu e io compresi.
si tratta della possibilità di dare, quando si è ancora vivi e lucidi, disposizioni su come comportarsi con il corpo - inanimato ma vivo - in caso di coma o di agonia.
(per esempio, se *staccare le macchine* oppure no. per esempio, che fare in caso di stato di coma. per esempio, quali terapie vanno rifiutate. e così via).

il dibattito è molto acceso.
la legge proposta dal centrodestra, insieme con l'udc, è molto vincolistica e di impianto cattolico-moralista, e fa pensare come àmbito alle proteste contro la sospensione dell'alimentazione di eluana englaro.
il centrosinistra e i finiani propendono per una legge di approccio laico-liberale (nel senso dei *liberali* storici) nella quale - pur tra limitazioni - ognuno possa disporre di sé.
c'è anche la posizione dei radicali, che è decisamente molto liberista: ognuno può disporre di sé stesso, e le altre persone non devono mettere becco nelle scelte personali dei singolo.

molto interessante è la cronaca istante per istante che il deputato del pd andrea sarubbi sta conducendo in queste ore attraverso brevi messaggi scritti, dall'interno dell'aula della camera, e inseriti sulle pagine dei due più noti social network, cioè twitter e facebook.

chi ha un account twitter può seguire la cronaca in diretta cliccando qui.

riporto gli ultimi messaggi di sarubbi:

bocciati i primi 11 emendamenti dei radicali. nel voto segreto ci sono sempre una ventina di dissidenti del centrodx.

radicali accusati di volere il consenso informato per gli interventi di pronto soccorso, loro negano ma allora hanno scritto male.

a voto segreto ci sono circa 40 deputati d'accordo con la visione dei radicali su testamento biologico ed eutanasia. non so se sia poco o tanto: conto.

finiti gli emendamenti premissivi, si entra nel vivo. il primo emendamento pd sopprime l'art. 1: praticamente, niente legge.

respinto il nostro emendamento soppressivo di 67 voti (a voto segreto). parecchi dissidenti del centrodx, ma l'udc era contrario.

giachetti: "l'on. binetti è presa dall'orgia di votare contro tutto". risate. ride pure lei, lui chiede scusa.

ora c'è un emendamento cruciale del pd: se passasse, avremmo una legge soft e umana. ma non passerà.

a forza di respingere emendamenti in automatico, il centrodx ha respinto pure un passaggio nostro sul divieto dell'eutanasia.

buonfiglio fli ricorda che 44 deputati pdl avevano scritto una lettera contro questa legge.

tutti bocciati gli emendamenti della mattinata. ora seduta sospesa: la diretta su twitter e fb riprende con l'aula, alle 16.

riprende testbio. sms di cicchitto ai deputati pdl: preparatevi oggi alla notturna, a stare qui domani sera e forse venerdì. terrorismo?

bocciato 312-206 emendamento cruciale pd a scrutinio segreto, diversi astenuti, diversi "non voto"

toccante intervento di scapagnini pdl sulla sua esperienza personale e sulla sua "conversione" dopo il coma.

intervento totalmente irrituale, quello di scapagnini pdl, ma tra i più memorabili da inizio legislatura.

vi consiglio di riascoltare l'intervento di scapagnini pdl, se lo trovate in rete: non è un consiglio politico, ma umano.

bocciati altri emendamenti radicali, alcuni a mio parere inaccettabili.

bocciato emendamento radicale su eutanasia 451 no - 56 sì

bocciato un altro emendamento radicale sullo spostamento dei malati nei paesi in cui l'eutanasia è praticata: 459 no - 49 sì

ora i radicali definiscono "oscurantisti e clericali" quelli che, come me, non voteranno mai i loro emendamenti sull'eutanasia.

buttiglione ha ritirato un emendamento sacrosanto: peccato.

chi ha un account twitter può seguire la cronaca in diretta cliccando qui.

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26 giugno 2011 - 23:09

lunedì alle 19,14 un asteroide sfiora la terra. catastrofe evitata per 3 ore e mezzo.

l'apocalisse sfiorata.
alle 19,14 di lunedì un asteroide di dimensioni impressionanti sfiora la terra.
la nasa ha ricalcolato meglio i movimenti dei due corpi spaziali e ha concluso che l'impatto è mancato per appena tre ore e mezzo di differenza sull'appuntamento.
altrimenti?
altrimenti, bang.

altrimenti avrebbe potuto ripetersi quanto era accaduto cent'anni fa in siberia, a tunguska, quando la mattina del 30 giugno 1908, alle 7,17 di una mattinata resa luminosa dalle notti bianche del nord, un pianetino del diametro stimato di 50 metri ha distrutto in pochi istanti una fetta immensa della taigà siberiana. il cielo si è illuminato con la luce di mille soli, 2mila chilometri quadri di foresta siberiana sono spariti nelle fiamme e si è alzato un "fungo atomico" altro 80 chilometri. come centinaia di bombe atomiche. a titolo di confronto, uno scheggione (stimato) lungo 5 metri scavò un lago. non si sa quante persone morirono.

c'è una lista nera dei 250mila corpi celesti pronti a sfrittellarsi sulla terra: come l’asteroide apophis che potrebbe arrivarci addosso il 13 aprile 2036.
sull'ipotesi dell'asteroide piallatore ci hanno fatto pure film di stile catastrofico, come deep impact del '98.

i nuovi dati della nasa confermano i cambiamenti dell'orbita del nuovo asteroide che si chiama 2011md e che passera a 12mila chilometri, passando sotto i satelliti artificiali, sopra un punto a metà fra il sudafrica e l'antartico.

l’asteroide, grande come due autobus affiancati, è stato scoperto e avvistato mercoledì 22 giugno dall’osservatorio linear del nuovo messico.
la sua orbita non è omogenea perché il roccione distruttore "sente" la massa della terra e quindi la sua rotta è cambiata rispetto alla prima rilevazione.

http://neo.jpl.nasa.gov/news/news172.html

la luminosità dell’asteroide, misurata dai principali osservatori astronomici, dice che il roccione è tra i 9 e i 30 metri di diametro.
ai cannocchiali del loro osservatorio, gli astronomi dell'australia, della nuova zelanda, dell’asia meridionale e orientale tenteranno di seguire in presa diretta il passaggio fulmineo di 2011md, cercando di riuscire a fotografarlo nella sua corsa rapidissima.

quanti ne passano e quanti ne arrivano a terra?
secondo gli scienziati nasa del jet propulsion laboratory di pasadena (california), in media passa un roccione di questo tipo ogni sei anni. quelli più piccoli, quando entrano nell'atmosfera, si dissolvono in una cascata luminosa spettacolare, lasciando arrivare al suolo qualche sasso.
la sonda dawn si sta avvicinando intanto al pianetino vesta: qui puoi vederla.

non ce ne siamo accorti, ma il 4 febbraio di quest'anno, mentre eravamo distratti dalle nostre meschinissime attività di esseri umani, un roccione spaziale è passato ancora più vicino alla terra, appena 5.471 chilometri, un soffio.

e c'è chi pensa di spedire sopra a questi roccioni squadre di minatori spaziali per sfruttarne le risorse.

(ringrazio il bravissimo giornalista scientifico teramano nicola facciolini)

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13 giugno 2011 - 18:03

cospirologia applicata. "fukushima è un disastro voluto dai servizi". (non è vero). analisi sulle voci farlocche.

cospiròlogi, a me!
ecco cibo per i vostri neuroni affamati di complottologìa applicata.

sostiene sul web (con fortissimo sèguito di fedeli) e in un'intervista radiofonica il giornalista inglese jim stone che in marzo il giappone nord-orientale non è stato squassato da un terremoto del 9° grado, bensì lo zunami è stato provocato apposta dagli stati uniti, o dal mossad israeliano, o da chissacchì, con una bomba atomica sottomarina per bloccare la centrale di fukushima, ed evitare che la centrale rifornisse di uranio arricchito l'iran.

questo stone asserisce che in giappone non c'è stato alcun terremoto. figurarsi, dice; se ci fosse stato un terremoto ci sarebbero stati danni.

jim stone dovrebbe spiegare allora perché i grattacieli di tokio ballino così.

 

 

stone scrive nel suo sito anche di cure alternative contro il cancro. perché è chiaro a ogni cospiròlogo e a ogni millenarista che gli interessi economici impediscono alla medicina ufficiale  di combattere davvero il cancro.

il problema non è stone.
il problema sono gli omologarchi della cospirologìa applicata, gli eresiarchi del millenarismo, i complottòlogi di professione. che abboccano all'amo a ogni nuova rivelazione oscura.

i quali si preparano al terremoto che non ha devastato roma, annunciano la fine del mondo a scadenze da iogurt, vedono i Grandi Complotti Segreti e non si arrendono mai a ogni smentita.
passata una scadenza, non dicono di sé stessi *mi sono fatto corbellare* e si preparano inesauribili al complotto mondiale successivo.

la pervasività del web, l'indipendenza informativa della rete, rende potentissime l'effetto di queste voci bislacche.

ricordo due articoli del codice penale:
656. chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l'ordine pubblico, è punito se il fatto non costituisce un più grave reato [c.p. 265, 267, 269], con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a euro 309.
658. chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli nesistenti, suscita allarme presso l’autorità, o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da euro 10 a 516.

la verità su fukushima? non è stata una bomba atomica (come dice stone) né gli dèi vendicativi (come disse il vice del cnr, roberto de mattei) .
ho io la verità.
l'incidente è stato provocato dagli alieni.

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Categorie: acqua, ecologia e ambiente, energia, nucleare, Religione, Scienza, società, Web/Tecnologia

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21 maggio 2011 - 16:37

in russia nasce una nuova religione: gli adoratori del santissimo putin.

molte persone, pur di dare un senso alla loro vita, credono nelle cose più farlocche o adorano le divinità più bislacche.

ora siamo in russia, a 450 chilometri a est di mosca.
nella zona di nižnij nòvgorod - la città che durante il periodo sovietico si chiamava gorki - è nata una religione di tipo cristiano che vènera come semidio il primo ministro russo vladimir vladimirovic putin.
lo riferisce il mensile di reportage di viaggio vie dell'est.
la stravagante religione ritiene che putin sia la "rincarnazione" di paolo di tarso. secondo il quotidiano sobesednik, il portavoce di putin vede in ciò il riconoscimento del suo lavoro.
non si sa quanti fedeli abbia questo culto, né le regole della religione.
è stata fondata da madre fotina.
quache dettaglio aggiuntivo.
  • vladimir putin in una vita precedente era l'apostolo paolo.
  • oggi, rincarnato, lotta insieme con gli altri apostoli rincarnati contro l'anticristo
  • la bibbia conferma che l'apostolo paolo prima di convertirsi era stato un capo militare e perseguitò i cristiani.
  • non è un caso: anche putin era un ufficiale del kgb e ha anche commesso colpe.
  • ma quando è diventato presidente, lo spirito santo è sceso su lui e, come l'apostolo, anche vladimir-paolo ha guidato le sue pecorelle.
non so se ridere o piangere. in ogni caso, preferisco non aggiungere alcuna parola.

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13 maggio 2011 - 21:37

globalizzazione sull'adda. un paese vieta i kebab. quello a fianco li produce a tonnellate.

l’economia è globalizzata. non guarda il colore della pelle.
l'economia non chiede di adorare poseidone, allà, yhwh o nessuno di questi. non vuole sapere se si parla cinese o serbo o francese québecquois.

l’economia anticipa la società.
(i marxisti diranno che i mezzi di produzione sono la struttura e generano le forme sociali che sono sovrastruttura).
sulle rive dell’adda accade un fatto minimo ma indicativo di dove va il mondo, a dispetto di chi ne teme i cambiamenti.
quasi una vendetta beffarda dell'economia e della globalizzazione contro il particolarismo di paese.
il fatterello minuscolo riguarda il kebab.

la guerra al kebab
la società cambia velocemente, seguendo l’economia velocissima.
molte persone si sentono spaesate, le abitudini si dissolvono.
in questi dieci anni sono accadute cose che a molti sconvolgono l’idea che avevano del mondo.
molti difendono l’identità di sé chiudendosi a riccio, temendo gli africani seduti sulle panchine in piazza e i romeni che passano le ore al bar.
e disapprovano i kebab, così esotici come, cinquant’anni fa, era esotica la pizza.

nel gennaio 2009 il comune di lucca varò (giunta pdl con lista civica) un regolamento che imponeva a bar e risporanti di avere in lista almeno un piatto tipico della lucchesia.
che fosse castagnaccio, torta di neccio frissoglia, pasimata, non importa.
l’obiettivo era mettere un freno all’invasione dei kebabbari, i negozetti di immigrati che vengono cuscus e kebab.
(non ho idea se il regolamento lucchese è stato applicato con pari rigore sulle pizzerie e sui fast food. immagino la pizza co’ becchi e il mc puccini).

per frenare l’invasione dei negozi di kebab nella primavera 2009 la regione lombardia emanò una legge che vietava di mangiare per strada, visto che il kebab più comune è un involto di pane che racchiude la carne affettata.
(la legge non fu applicata perché colpiva anche le gelaterie e pizzerie al trancio, con effetti devastanti sul consenso).

così tanti altri divieti simili in giro per l'italia.

spostiamoci sulle rive dell’adda.
in provincia di bergamo il sindaco leghista di capriate san gervasio due anni fa vietò i kebabbari.

sulle rive dell’adda
tra capriate san gervasio (bergamo) e trezzo d’adda (milano) c’è la distanza di un ponte.
nella foto, il ponte sull'adda che unisce capriate (a sinistra) con trezzo (la sponda destra)
finché non arrivò napoleone, i due paesi, capriate e trezzo, erano di confine.
da una parte (trezzo) gli austriaci del ducato di milano, dall’altra (capriate) il leone alato della serenissima.

per passare da un paese all’altro si possono contare settantadue giri di pedalata in bicicletta lungo il ponte sul fiume, eppure così lontani.

da una parte, a capriate, niente kebab.
e sull'altra riva, a trezzo?

il kebab di trezzo
se capriate si disturba per il kebab, una vendetta involontaria viene da trezzo.

una delle principali e più antiche aziende lombarde, il salumificio beretta,  fondato dugent'anni fa, ha la sede principale in via fratelli bandiera 12 a trezzo d'adda.

la beretta ha appena lanciato un prodotto: il kebab.

quasi una vendetta dell'economia.
trezzo produce e vende nel mondo kebab a tonnellate, quel kebab che sull'altra sponda del fiume adda i vicini di capriate tentano di vietare.

Kebab beretta 

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Categorie: Religione, società

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26 aprile 2011 - 0:54

cernòbyl 25 anni fa. l'apocalisse di giovanni e la stella assenzio. 5 pallottole modello 91

il terzo angelo suonò la tromba
e cadde dal cielo una grande stella,
ardente come una torcia,
e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque.
la stella si chiama assenzio;
un terzo delle acque si mutò in assenzio
e molti uomini morirono per quelle acque,
perché erano divenute amare.

(giovanni, apocalisse: 8,10)

 

parte prima, l’Esperimento
l’Esperimento fu tentato al gruppo 4 appena passata la mezzanotte tra il 25 e il 26 aprile del 1986.

era già stato fatto, l’Esperimento, con il gruppo 3.
e non era riuscito.
bisognava rifarlo.

nei giorni precedenti al 25 aprile, la squadra mise a punto la procedura.
per tecnici, funzionari e dirigenti coinvolti, non c’erano punti oscuri.
tutto chiaro.

nel pomeriggio del 25 aprile 1986 il gruppo 4 sarebbe stato fermato per un normale ciclo di manutenzione programmata.
visto che si andava a spegnere, si sarebbe provato a vedere il comportamento del reattore in caso di avaria.

tutto era pronto, quel pomeriggio del 25 aprile 1986.
ma il gestore di rete vietò di spegnere il gruppo 4.
non si poteva lasciare il paese al buio. non si potevano fermare le fabbriche, le acciaierie.

così fu ordinato al gruppo 4 di lavorare ancora qualche ora e di rinviare di 9 ore l’Esperimento.

passò la mezzanotte tra il 25 e il 26 aprile.

la squadra che aveva studiato la procedura se ne andò a casa.

in sala controllo entrò il nuovo turno.
che dovette improvvisare l’Esperimento che non conosceva.

cominciarono la procedura per l'Esperimento esattamente 25 anni fa, alla stessa ora in cui io sto scrivendo queste parole.

all’1,23 e 45 secondi, l’esplosione.

parte seconda, la terra nera
in ucraina ero passato di sfuggita anni fa, viaggiando in macchina da rostov, sul mar d’azov alla foce del don, e andando verso mosca.
a fianco della statale, per centinaia di chilometri, solamente i girasoli su una terra nera, nerissima, come se fosse fatta con carbone sbriciolato.

durante quel viaggio una mattina un uomo mi avvicinò.
era vecchio.
un uomo molto vecchio.

il vecchio mi disse: “siete i primi italiani che vedo da 60 anni”.
un calcolo mentale, e sentii la storia attraversarmi la schiena.
il vecchio con poche parole di vita personale esprimeva il dramma collettivo, nomi come divisione cosseria, divisione julia, divisione ravenna e tante altre.
decine di migliaia di persone che non tornarono a casa.

quel posto fatto di nulla, di girasoli e di terra nera, in quel momento era il centro del mondo, dove tutto si condensa, dove avviene tutto.

quel vecchio allungò la mano e mi diede un cartafaccio fatto con una pagina di giornale russo. dentro c’era qualcosa.

io aprii l’involto.

dentro c’erano cinque cartucce di moschetto 91. cartucce italiane. cariche: bossolo e proiettile. cartucce non sparate, pronte per il caricatore.

“le ho raccolte stamattina all’alba in riva al fiume per voi.
queste sono vostre, italiane.
le avete lasciate voi, una volta.
ve le restituisco”.

non sapevo dove guardare, imbarazzato per la storia e per il dramma che quel vecchio qualunque mi stava passando dalla sua mano alla mia mano.

tutto era passato di lì, per quel posto fatto nulla, di girasoli e di terra nera e di cinque pallottole italiane per moschetto 91. quello era il centro del mondo, dove tutto si condensa, dove avviene tutto.

parte terza, la stanza buia al centro del mondo
sono tornato in ucraina molti anni dopo.
un mese e mezzo fa ero nella sala controllo del gruppo 4. primo giornalista che vi entrava (ufficialmente) 25 anni dopo l’Esperimento.

la sala controllo è un bunker di cemento senza alcuna finestra e senza più luce.
buio, bisogna entrare con una torcia elettrica.
il cemento del pavimento è coperto da un dito di polvere.
non si può toccare niente, non le pareti di cemento armato sulle quali sono depositati i radionuclidi.
se qualcosa cade in terra, nella polvere, si contàmina.

in un angolo della stanza nera sono schiacciate decine di cicche di sigaretta: non si può fumare da nessuna parte, e allora vengono in questo bunker buio a far lampeggiare di nascosto la brace delle parliament pacchetto blu.

sulle consolle di acciaio grigio e sugli armadi elettrici erano allineati a centinaia gli indicatori, gli orologi, i pulsanti, le spie luminose.
tutto è stato smontato.
oggi sulle lamiere impolverate ci sono centinaia di buchi allineati, orbite vuote senza più oggi.
sotto i buchi ci sono i resti dei fasci di cablaggi.
alla parete di fondo, lo schema del gruppo 4, centinaia di quadratini (quelli della barre di controllo, quelli delle barre di potenza, quelli della barre di moderazione) e in ogni quadratino un buchetto che ospitava una spia luminosa, strappate anch’esse.

con il telefonino, ho rubato due brevi filmini, una ventina di secondi l'uno, senza qualità alcuna.

 

 

sono due spezzoni miei, non hanno alcun valore se non come testimonianza.

qui, in questo bunker buio, la notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, i tecnici con la cuffia bianca come quella che indosso io, con il càmice bianco come questo, hanno seguito gli appunti dell’Esperimento lasciati dai colleghi, hanno girato gli interruttori che erano qui davanti dove oggi ci sono i buchi e i cablaggi strappati, hanno seguìto i dati su indicatori e orologi, hanno sbagliato.

in questo posto fatto di nulla, una stanza nera di cemento, in questo bunker polveroso e senza luce, tutto si condensa, tutto avviene.

parte quarta, la stella assenzio
il testo dell’apocalisse, scritto in greco antico, è attribuito a giovanni l’evangelista.

apocalisse non significa catastrofe. apocalisse, in greco, significa "svelamento".
significa "rivelazione di una cosa nascosta".

eccone un passo:

il terzo angelo suonò la tromba
e cadde dal cielo una grande stella,
ardente come una torcia,
e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque.
la stella si chiama assenzio;
un terzo delle acque si mutò in assenzio
e molti uomini morirono per quelle acque,
perché erano divenute amare.

(giovanni, apocalisse: 8,10)

per duemila anni, questo passo non aveva alcun senso.
l’assenzio è un’erba il cui succo amarissimo può dare allucinazioni.

però se si va sul dizionario di russo dal’, nell’edizione originale, è la copia anastatica dell'edizione del 1912 del dizionario, a pagina 659 del volume 4 (pagina 1318 della numerazione integrale), colonna di destra, sopra la metà pagina, si scopre una cosa.

 

si scopre che in ucraino cernobyl significa assenzio.

(lo stesso accade in cèco, altra lingua slava come l’ucraino e il russo: l’artemisia absinthium (assenzio) si chiama pelynek cernobyl).

ripercorro il passo dell'apocalisse usando la parola ucraina di assenzio.

e il terzo angelo suonò la tromba e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque, e la stella si chiama cernobyl; un terzo delle acque si mutò in cernobyl e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare.

tutto passa di lì, quello il centro del mondo dove le cose si condensano.
ogni cosa è illuminata.

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18 aprile 2011 - 16:50

non notizia. l'11 maggio non ci sarà alcun terremoto catastrofico a roma. (forse).

toglietevi di torno ogni dubbio, o voi omologarchi del millenarismo, scoliasti della cospirologia applicata, ermeneuti del calendario maia, esicasti del catastrofismo.

l'11 maggio a roma non ci sarà alcun terremoto.
(forse).

da tempo gira voce che lo scienziato autodidatta raffaele bendandi avesse previsto per l'11 maggio prossimo venturo un terremoto importante a roma.
basta una passeggiata su google per trovare migliaia di link che uniscono in una macedonia il diluvio universale, il terremoto che ci sarà a roma, il mistero di mohenjo daro, il calendario maia e qualche cenno sugli alieni.

ebbene, secondo gli esperti (e secondo i decrittatori di bendandi) questa del terremoto di roma è una voce farlocca.

un cenno su bendandi.
faentino, negli anni '20 teorizzò che tra le cause dei terremoti ci fossero anche motivi astronomici legati alla posizione dei corpi celesti.
e in qualche caso, ci beccò pure.
come per esempio, lanciò allarmi ripetuti e inascoltati prima del terremoto del friuli (1976).
fu trattato da ciarlatano, e il terremoto arrivò.
morì nel '79.

ora.
secondo i documenti di bendandi catalogati da paola lagorio, curatrice dell'opera omnia dello stravagante scienziato e presidente dell'associazione "la bendandiana", tra gli appunti non v'è traccia di questa ipotesi dell'11 maggio.

oggi l'istituto nazionale di geofisica e vulcanologia si è affrettato a smontare l'ipotesi che piace tanto agli omologarchi della catastrofe.

qui c'è una pagina di faq con cui i sismòlogi dell'ingv smentiscono le voci degli ierofanti del grande sisma.

ed ecco un video, un minidocumentario, dell'ingv.

 

morale:
i romani possono dormire tranquilli.
con la delusione massima degli arconti del millenarismo, dei glossatori della cospirologia applicata, dei tauroboliasti della catastrofe, degli eresiarchi del calendario maia.

e a questo link comunque offro un pratico manualetto su elmetti e altri dispositivi di protezione.

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11 aprile 2011 - 21:49

politica. viaggio virtuale (e, purtroppo, serio) tra gli indipendentisti veneti.

non richiesto, il mio indirizzo mail è entrato nella mailing list di un gruppo indipendentista veneto.
e ho scoperto un mondo di cui avevo un’impressione sfumata.
non è il mondo della lega nord; è qualcosa di diverso.

(qualche spunto:
- dal punto di vista geografico il veneto non fa parte della padania (tra mincio e adige finisce la pianura padana e comincia la pianuta veneta)
- prima dei romani, il veneto non ha avuto occupazione celtica
- dall’unificazione sotto la repubblica di venezia (venezia=terra dei veneti) è rimasto uno stato indipendente fino all’arrivo di napoleone. non a caso il dialetto, che è stato lingua ufficiale di uno stato, è ancora oggi così pervasivo da essere usato in contesti ufficiali, aule di tribunale comprese).

tre gli episodi che finora collegavo al movimento indipendentista veneto.

i serenissimi. nel maggio del ’97, quando ricorrevano i 200 anni dall’occupazione di napoleone, un gruppo di indipendentisti squinternati ma armati dirottarono il ferribò del tronchetto e scaricatono in piazza san marco il loro tanco, un camion trasformato in blindato artigianale, e occuparono il campanile di san marco. dopo una trattativa con il sindaco massimo cacciari, furono arrestati dalle squadre speciali dei carabinieri.

il giuramento di perasto. l’anno scorso ero a budua (oggi montegnegro) con roberto mènia, parlamentare triestino finiano.
budua è una deliziosa cittadina veneta della bassa dalmazia, non lontana da càttaro.
io non ne sapevo nulla, e fu mènia a raccontarmi la storia del giuramento di perasto, una cittadina della costa.
il podestà giuseppe viscovich, alcuni mesi dopo la caduta di venezia sotto napoleone e dopo alcuni mesi di autogoverno veneziano della remota terra dalmatica, riunì i cittadini di perasto e seppellì con una cerimonia sotto il pavimento della chiesa un gonfalone di san marco, giurando fedeltà.
mi raccontava mènia: "ti co nu, nu co ti", tu con noi, noi con te, era la formula del giuramento di viscovich.
il giuramento di perasto è ancora oggi un testo tòpico degli indipendentisti veneti.

la patente veneta. infine, lo stravagante tizio che a campodàrsego (padova) che in marzo è stato fermato dai carabinieri perché guidava con una "patente della repubblica veneta". con tanto di timbri dell’onu, patente ottenuta nella sua qualità di presidente dello stato di padova della repubblica veneta.

e qui si fermava la mia esperienza di indipendentismo veneto.

ma sono stato ficcato, non so perché, in una mailing list di un gruppo, indipendenza veneta, e ho già ricevuto tre comunicati stampa.

Indipendenza bavaglios 
questi, sembrano indipendentisti di sinistra. accusano il governo fascista e sono contro le guerre coloniali.
ecco:

venezia, sabato 9 aprile 2011, ore16.30, scalinata chiesa san geremia,
manifestazione – sit-in
contro la guerra coloniale alla libia – contro il fallimento delle politiche migrazioni – per un rapporto politico di reciprocità con i paesi africani e asiatici
tutti imbavagliati dal tricolore italiano, sit-in del governo del popolo veneto.
il governo del popolo veneto invita i patrioti veneti a manifestare con un sit-in a venezia, sulla scalinata della chiesa di san geremia, sabato, 9 aprile, ore 16.30, per denunciare:
– lo stato di permanente e grave censura nei confronti dei veneti, della loro storia, della loro lingua, della loro cultura e della loro politica;
– i silenzi sulla guerra coloniale contro lo stato della libia che viola il diritto internazionale;
– la politica contraddittoria e fallimentare dell’unione europea e dell’italia sulle migrazioni.
contro le derive dell’unione europea e italiana sui fronti economico, militare e migratorio, il governo del popolo veneto convoca per sabato 9 aprile, alle ore 16.30, un sit-in silenzioso a venezia sulla scalinata della chiesa di san geremia.
come in tutti i regimi fascisti anche nel veneto occupato, i patrioti sanno che non possono contare sulla libertà d’informazione e, conseguentemente, sulla partecipazione di grandi masse alle manifestazioni. sarà dunque un risultato positivo riunire qualche decina di patrioti per denunciare le derive internazionali dell’unione europea e dell’italia. i manifestanti saranno bendati con un bavaglio fatto da bandiere italiane per denunciare la censura sistematica operata dai mezzi di comunicazione “romani” che operano nel veneto, a cominciare dal “servizio pubblico” rai.
il governo del popolo veneto non intende sottoscrivere l’aggressione neocoloniale allo stato libico, i regimi autoritari si combattono con le armi della non-collaborazione, dell’isolamento, degli embarghi e non con il veleno delle bombe capaci solo di aggravare tragicamente i problemi dei popoli.
il governo del popolo veneto denuncia altresì l’aggravamento del problema migratorio con le ultime invasioni incontrollate dell’europa, segno dell’incapacità dell’unione europea di amministrare civilmente il problema. l’emigrazione non deve essere repressa ma regolata e basata sul principio di reciprocità. anche il veneto deve poter inserirsi commercialmente, industrialmente e culturalmente in quei territori che, per incapacità dei loro governi, sono fonti di emigrazione. secondo il governo del popolo veneto, africa ed europa devono integrarsi ma senza perdere le rispettive identità.
la manifestazione di sabato 9 aprile griderà ai veneti che il re è nudo! che l’unione europea è un organismo nemico della democrazia e della libertà dei popoli europei.

mi hanno mandato anche la foto del sitin di protesta che si è tenuto sabato a venezia.
Indipendenza silenziati 

 

allora mi sono chiesto chi sono, e una veloce ricerca in rete mi ha permesso di scoprire che c’è un mondo di gruppi e gruppetti.

come questo, che si chiama governo autonomo del popolo veneto.

questo governo autonomo ("istituzione costituita dell'autogoverno competente ai sensi dell'art.2 l.n.340/1971 e l.n.881/1977 e l'atto finale di helsinki") ha anche emanato numerosi decreti.

eccone alcuni:

  • dichiarazion de sovranità dele venetie
  • creasion del dogado
  • norme antiterorismo

co-come? norme antiterrorismo?

vado subito a leggere il decreto antiterrorismo del governo autonomo del popolo veneto:

norme antiterorismo
lexe n.1 del 13 lujio 2005
el governo del popo£o veneto,
- in considerasion de£a gravità dei ati teroristici e de£a ideo£ogia mesa in ato in diverse parti del mondo;
- dato che £e forse taliane no xe bone de protejiere el teritorio nasiona£e veneto e no xe bon de inpedire £e deviasion fisca£i dei imigrai;
emana lexe
1) vegna registrà tuti i foresti inte'l teritorio nasiona£ veneto
2) vegna portai al confin veneto i sprovedui de permeso del governo del popo£o veneto
3) secondo lexe e jurisprudensa vegna condanà a£ carcere i foresti che vien trovai sensa permeso inte'l teritorio pa £a seconda volta
4) xe fato obligo de far scontar £a condana co £avori socia£i de governo indentro sta£e de porsei
5) i resti de eventua£i kamikaxe vegna sepeii unti e proteti come el corpo de s.marco (inte pe£e de porseo)
sto decreto ga va£or de lexe inte'l teritorio nasiona£ veneto con eficacia dal dì dopo £a publicasion da far entro tri jiorni.
£e istitusion taliane xe obligà a rispetar e publicar sto decreto cofà lexi pa £e lexi taliane art.2 n.340/1971 e £a lexe n.881/1977
pa'l governo el prexidente
contro firmà dal prexidente del tribuna£ del popo£o veneto

l’uso del simbolo "£" al posto della lettera "l" e l’abuso della "x" è dovuto al fatto che questo gruppo autonomista si è convinto che non esista un’ortografia veneta, a dispetto di secoli di letteratura, e quindi si è inventato un’ortografia partendo dal dialetto parlato dalle loro parti.
a titolo di curiosità, nella maggior parte dei dialetti veneti il suono della elle, quando è compreso tra due vocali, si indebolisce fino ridursi in una specie di suono "e" ma perfino a scomparire del tutto (per esempio si scrive "polenta" ma si dice "poenta").

ed ecco un altro gruppo, stato veneto.

questi indipendentisti hanno appena tenuto l’assemblea e hanno deciso di introdurre la carta d’identità veneta, come quello squinternato di campodàrsego aveva la patente di guida veneta.

convocasion asenblea pa’l 23 de marso 2011
21 marzo 2011
el presidentde de l’asenblea del popolo veneto – stato delle venetie, andrea lunardon,
gà convocà l’asenblea par mercore 23 de marso 2011 ale ore 21.00 inte la sede de ruban pd – via rossi, 73.
ordine del giorno (continuasion de l’asenblea del 16 de marso pasa’)
- apelo e verifega dei prexenti, amision novi membri, decadenza asenteisti secondo lege
- carta de identità veneta / documento magnetico de riconosimento
- riforma costitusionale secondo i prinçipi veneti
- presidensa del tribunale
- varie e eventuali
ogni punto seguirà la secuensa
- prexentasion del punto, intervento e discusion da parte dei menbri richiedenti
- prexentasion e coresion de’l provedimento da votare
- delibera finale
ricordandoghe a tuti i menbri che la partecipasion ai lavori de l’asenblea xe el dovere fondamentale del ruolo de cui gavi’ aceta’ l’investitura, ve preghemo de esare prexenti e puntuali
andrea lunardon (presidente de l’asenblea)

altro giro, altro premio.
non me n’ero accorto, ma è stata decretata la costituzione di un libero territorio veneto.
in questo caso, di tipo cristiano, visto che la laicità della repubblica veneta cui si ispirano costoro non va più di moda.

veneto serenissimo governo
voce della resistenza popolare marciana
ricostituzione di un libero territorio veneto
il veneto serenissimo governo
decreta il 20 luglio 2008 la ricostituzione di un libero territorio veneto
a fronte delle continue violazioni dei trattati internazionali da parte dell’occupante italiano (armistizio di cormons e pace di vienna del 1866), i quali stabilivano il diritto del popolo veneto ad esprimersi liberamente sulla ricostituzione di uno stato veneto indipendente, e i continui appelli, mai ascoltati, per l’apertura di un tavolo di trattative quadripartito (francia, austria, italia e veneta serenissima repubblica) sotto l’egida delle nazioni unite per una consultazione referendaria tra il popolo veneto, il quale liberamente decidesse del proprio destino.
dichiarazione di principio
il veneto è la terra in cui si è formata l’identità spirituale, politica e religiosa del popolo veneto; qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale; qui il sangue del popolo veneto è servito alla difesa della civiltà cristiana.
dopo essere stato illegalmente occupato e disperso nel mondo il popolo veneto non cessò mai di pregare, lottare e sperare per il ritorno al nostro diritto di vivere come essere umani, liberi nella terra dei nostri padri e che sarà dei nostri figli.
spinti da questo attaccamento storico e ancestrale i veneti difenderanno il loro diritto all’autodeterminazione e al libero arbitrio.
costruiremo villaggi e città autogestite, creeremo una comunità in crescita, che controllerà la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi. il popolo veneto lotterà per la propria felicità, portando i vantaggi del progresso tra gli abitanti.
dispone con effetto immediato che il veneto serenissimo governo fino a quando sarà regolarmente ristabilita l’autorità dello stato, secondo quanto previsto dalla veneta costituzione provvisoria, opererà come governo provvisorio della veneta serenissima repubblica.
il veneto serenissimo governo fa appello alle nazioni unite, affinché assistano il popolo veneto nella ricostruzione del proprio stato, e accolgano la veneta serenissima repubblica nella famiglia delle nazioni.
il veneto serenissimo governo tende una mano di pace e buon vicinato a tutti gli stati vicini, e ai loro popoli, e fa loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco con il popolo veneto.
fa inoltre appello a tutti i veneti della diaspora, affinché si stringano attorno alla loro patria, e sostengano gli sforzi di costruzione della veneta serenissima repubblica.
il veneto serenissimo governo confida nell’aiuto dell’onnipotente, e chiede a san marco e al beato marco d’aviano di guidare le nostre menti e le nostre azioni.

eccetera.

due note a margine.

primo. un recente decreto che ha fatto un po’ di repulisti tra il vecchiume legislativo ha soppresso il regio decreto del 1866 che annetteva il veneto al regno d’italia. il patto con cui l’austria aveva ceduto il veneto alla francia, la quale all’italia, si basava su un referendum, che non ci fu. qui un articolo del corriere della sera, edizione del veneto, uscito in febbraio.

secondo. io sono veneziano.

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