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la gogna e il linciaggio. la violenza anonimizzata dietro la folla.

un interessante articolo di salvatore merlo, pubblicato dal quotidiano il foglio, si intitola “la gogna è una cultura” (clicca qui per leggere).

merlo scrive, in sostanza: il meccanismo dell’umiliazione che ha portato la donna napoletana a uccidersi per la vergogna del video non c’entra con il web, il quale è solo un amplificatore. la gogna è un metodo: è praticata dalla politica, è coccolata dai giornali e dalle tv.

non è gogna, aggiungo e preciso io: è linciaggio.
è furia anonima.
è la deresponsabilizzazione della violenza, violenza che c’è in tutti con gradi diversi.
la folla consente di togliere al singolo la responsabilità dell’atto violento, perché lo nasconde dietro l’anonimato.
come la storia di donato carretta, che racconterò tra poco.

ecco un passo dell’articolo di salvatore merlo:

e allora c’è la nota conduttrice televisiva di talent show, e giornalista di quotidiano e intrattenitrice radiofonica, che su facebook prende un povero deficiente qualsiasi dal web, con nome e cognome, uno stupido come ce ne sono tanti, uno che scriveva cose disgustose sul conto di tiziana, e lo espone al giudizio pubblico delle 930.373 persone che la seguono su internet. “ti regalo un giorno da tiziana cantone”, gli scrive la giornalista, “sperimenta sulla tua pelle…”. come dire: “adesso ti faccio suicidare”. un invito esplicito allo stalking, che più che un reato è una patologia. un incitamento a molestare, che è un delitto punito dal codice ma anche un’ossessione che raccolta in rete produce in poco tempo reazioni intemerate di dileggio e persino di minaccia. diciassettemila condivisioni, sessantatremila like, molti di giornalisti (uno addirittura del direttore di un importante giornale regionale), 8.844 commenti, più o meno di questo tono: “io spero che questo pezzo di merda paghi molto caro”.
e si vede bene che la gogna ha un suo linguaggio, una sua grammatica. si possono sommariamente contare 1.000 “culo”, 3.090 “merda”, 2.000 “ora sparati”, 1.125 “crepa”. e dunque una giovane donna propone: “scriviamo ai suoi datori di lavoro, qui c’è l’indirizzo, devono cacciarlo”. e la conduttrice-giornalista: “brava. ma in massa proprio”. così alla fine i commenti si accavallano, uno sull’altro, le persone cominciano ad additare a loro volta altri utenti, si fanno altri nomi, si pubblicano altre foto, si indicano altri colpevoli da mettere alla gogna: “sei meno di una merda”. il loro numero impressiona. e guardando i messaggi sembra di sentire cavalcare i tasti, come nella musica di wagner, solo che quelle erano le valchirie e questi sono i giustizieri incappucciati.
“non voglio vederlo penzolare! perché sprecare un foulard per il collo di una merda così?”. e ancora: “brava! bisogna ripagarli con la stessa moneta”. a un certo punto un tizio apre una sub conversazione sul genere di gogna, di punizione più adatta, è un consulto: come lo puniamo? “a schiaffi”, dice uno. “no no aspettiamolo all’angolo di casa e picchiamolo”, risponde l’altro. “beh dovrebbe impiccarsi anche lui con il foulard”, conclude un terzo. poi qualcuno annuncia di avere già iniziato a tempestare i datori di lavoro del malcapitato imbecille, che alla fine si fanno vivi anche loro, davvero, e annunciano di averlo sospeso, l’imbecille. e che forse sarà anche licenziato.

questo è il post con cui la “nota conduttrice televisiva eccetera” ha messo sotto accusa quello che merlo definisce “deficiente qualsiasi” (clicca qui)..

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come chiedeva una donna (“scriviamo ai suoi datori di lavoro, qui c’è l’indirizzo, devono cacciarlo”) e come rafforzava la conduttrice-giornalista (“brava. ma in massa proprio”), l’orchestra sinfonica di salerno, travolta dall’imbarazzo, ha licenziato in tronco il musicista (clicca qui per leggere la notizia). il cui futuro di carriera e di lavoro è stato sconvolto e distrutto dai suoi commenti imbecilli contro la suicida e dal linciaggio mediatico contro di lui che ne è seguito.

aggiunge merlo:

l’aggressività della folla contro un uomo è sempre violenza, un cortocircuito del pensiero, qualsiasi cosa abbia fatto o detto. ma tutto questo, attenzione, non appartiene a internet, che è solo uno strumento e un amplificatore (tanto più temibile perché senza confini e senza regole). la gogna in italia è una cultura: è praticata dalla politica, è coccolata dai giornali e dalle televisioni. e’ uno stile comunemente accettato. qualche anno fa libero pubblicò in prima pagina le foto dei presunti “traditori” di silvio berlusconi invitando all’insulto di massa, come negli anni di tangentopoli la lega sventolava cappi e fotografie di presunti colpevoli in parlamento alludendo al linciaggio, e come fino a poco tempo fa beppe grillo compilava liste nere esponendo persone in carne e ossa a secchiate d’insulti gettati come intestini fumanti. e d’altra parte non c’è giorno che marco travaglio, sul suo quotidiano, non indichi un bersaglio cui fa dire o scrivere pensieri mai espressi, suscitando accusa, orrore, sghignazzo, odio.

ed ecco la storia terrificante di donato carretta di cui avevo fatto cenno all’inizio.

siamo nel settembre 1944 nella roma conquistata dagli alleati, mentre la guerra contro i tedeschi e i repubblichini continua risalendo la penisola.
la già fascistissima roma ora è diventata tutta antifascista, onesta, trasparentemente collettivamente antifascista.
gli alleati aprono il processo contro pietro caruso, il questore fascista di roma che ebbe parte nella terribile strage delle fosse ardeatine.
pietro caruso alloggia a palazzo di giustizia, in una stanzetta nascosta, con una branda e una bibbia.
l’udienza di apertura del processo è fissata per il 18 settembre.

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quella mattina del 18 settembre la folla di romani inferociti irrompe nel palazzo di giustizia e cerca lo stragista caruso.

qui uno dei video della vicenda terribile. da questo video sono tratti alcuni dei fotogrammi che seguono.
caruso il boia non c’è.

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non c’è caruso accusato della strage, in aula c’è un altro uomo anche lui con la faccia da funzionario dello stato fascista.
è donato carretta, già gelido direttore fascista del carcere di civitavecchia, poi più morbido e interlocutorio direttore del carcere romano di regina coeli.
donato carretta è in aula come testimone d’accusa contro il questore caruso.

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in aula un tizio, tal enzo tomei, già in carcere a regina coeli per reati comuni, vede carretta e anche se carretta non è l’accusato ma un testimone urla “è lui è lui”
e maria ricottini il cui figlio è stato fucilato con l’accusa di violenza carnale grida “mio figlio è stato fucilato alle fosse ardeatine, l’assassino è lui è lui”.

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la folla circonda donato carretta senza sapere chi è, lo strappa per la giacca, schiaffi e pugni, sangue dalla bocca e dal naso

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la calca lo percuote, gli spacca gli ossi, faccia sanguinante, lui per i corridoi scappa strattonato dalla folla che non sa chi è quell’uomo che scappa ma lo colpisce, botte pugni
lui scappa fra la gente che lo pesta alla cieca, scappa

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i carabinieri circondano il testimone donato carretta per salvarlo dalla folla.
forse la gente che lo picchia a sangue pensa che quell’uomo sia caruso il fascista stragista oppure un altro della sua razza infame
i carabinieri caricano carretta su una macchina fuori sul lungotevere ma la folla sanguinaria circonda la macchina spalanca le porte trascinano fuori carretta
pugni
viene messo sotto, calci al ventre, al torace
disteso a forza sui binari del tram dove sta arrivando un tram.

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il tranviere vede l’uomo massacrato sui binari e frena, ferma il tram, apre le porte.
la folla feroce che sperava di vedere lo strazio delle ruote assale il tram urla al tranviere fascista fascista
il tranviere scende dal tram sventolando la tessera del pci che era iscritto quando c’erano i tedeschi e i fascisti che torturavano e ammazzavano i comunisti
“io sono comunista non fascista e questo sui binari non lo ammazzo”
i romani feroci spingono il tram a mano
il tranviere tira il freno e toglie la manetta del freno al tram così nessuno manovra la marcia avanti e con la tessera del pci tenuta alta e la manetta del tram nell’altra mano se ne va via

si chiama angelo salvatore, il tranviere. onore al merito. angelo salvatore.

la folla inferocita allora prende donato carretta, sanguinante, costole rotte, milza in pezzi, mascella disassata, emorragie
lo trascina sul ponte del tevere, lo getta giù sulla spalletta dell’argine, moribondo, altri calci pugni, e poi viene buttato in acqua, annaspa nel fango e nell’acqua, si aggrappa, viene staccato e rigettato in acqua a colpi di pugni, uno (un tal carlo arconti) da una barca gli mena gran colpi di remo sulla testa e lo spinge sott’acqua.

il cadavere di donato carretta viene appeso a testa in giù a un’inferriata del carcere regina coeli.

quella del 18 settembre 1944 è una società diversa da quella del 18 settembre 2016.
da una parte il linciaggio fisico, dall’altra quello virtuale.
persone e ruoli diversi; un funzionario dello stato, una donna di napoli, un musicista di salerno.
ma vedo una ricorrenza, una similitudine di intenti nella folla senza nome che assale e prende a pugni la vittima senza manco conoscerla e senza nemmeno sapere perché colpisce quell’uomo o quella donna – ogni pugno da solo non uccide, ma tutti insieme sì – fino a distruggerla.