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ad geraldum fordum balbulum, umberto eco 1976

umberto eco, lettera dalla periferia dell’impero (o lettera dal ponto), dalla prima pagina del corriere, 1976

lettera dal ponto

ad geraldum fordum balbulum, foederatarum indiarum ad occasum vergentium civitatum principem.
a te, principe e imperatore, luce delle indie occidentali, reggitore della pax atlantica, al senato e al popolo americano, ave.

perdonerai se una lettera sul reggimento delle città e dei popoli ti arriva non da un monarca federato, non da un condottiere di eserciti, non da un prefetto della flotta, bensì da un custode della koiné ellenistica, adepto di quella confraternita di saggi che con tauroboliasti di mitra, sacerdoti dei misteri di iside, ierofanti del trismegisto, ministri del culto di baal e di astarte, secretari di eleusi, decrittatori della pizia, pseudoarconti delle grandi dionisiache, produttori della scrittura, triangolatori di edipo, semiarchi del desiderio, terapeuti del terzo escluso, gnostici della differenza e omologarchi del plèroma, costituiscono ancora l’unico prodotto autoctono dei paesi del mare interno, già nostro.
ben so, o figlio di jupiter i canaveralense, che quando accedono al campidoglio, sulle rive del biondo potomac, i reggitori dei paesi federati dei mari siculo, ionico ed egeo, i membri del senato e della domus alba vanno a gara nel lanciar loro e frizzi e cachinni, costringendoli ai più umili servizi ed avendoli al pari di liberti – che dico – di schiavi; ben so in quale miserrimo conto i tuoi messi, nunzi e legati nelle provincie ausonie, tengano codesti monarchi comperandone i favori e imponendo loro l’acquisto di vecchie e bolse triremi ormai inutili alla flotta imperiale, di daghe e giavellotti, loriche e scudi già gettati dalle tue legioni, in cambio di quei parvula involucra ripieni di scellerati sesterzi di cui essi più non avvertono l’olezzo. e bene so invece con quale deferente rispetto veniamo ricevuti nelle tue terre noi, antichi custodi dei misteri mediterranei, maestri in formule arcane che ancora strappano esclamazioni di deferente stupore – non dico ai tuoi padri coscritti, più inclini a traffici e a milizie che non alla decifrazione di papiri e tavolette di cera – ma in ogni caso ai tuoi retori e saggi.
concedimi dunque, o figlio dell’apollo di nasa, di porti una questione che molto affligge il mio cuore e la mia mente, dappoiché i tuoi disegni mi risultano oscuri e molto temo per la tua saggezza, oltre che per la nostra salvezza.

consentimi di dirti cosa accade qui nel ponto ausonio, dove da tempo siamo governati dalla dinastia dei mitridatidi, uomini che onde conservare il potere e sopravvivere ai propri nemici, hanno realizzato con ardue e durissime prove la resistenza a ogni veleno, cosicché né accuse di tradimento, né sospetti di corruzione, né disprezzo dei cittadini, né catastrofe del pubblico consenso, né scoperta tra le loro mani impure di parvula involucra, riescono a turbare le loro viscere.
ben sai, o astro tra le stelle e le strisce celesti, che codesti reggitori del ponto si sono sostenuti al potere grazie alla tua magnanimità, ogni patto accettando, ospitando le tue legioni tra la rezia e il norico, le tue triremi a ercolano, i tuoi nunzi e i tuoi sicofanti nella capitale, volta a volta atteggiandosi come se il ponto fosse colonia, regno federato, provincia senatoria, fedelmente ascoltando i consigli dei tuoi inviati e comandanti di legioni.
così fecero a lungo questi vassalli fedelissimi dai nomi che al tuo orecchio suonano come barbarici, e rumor filadelfo, e andreozio evergete, e moro eupatore e saragazio filopatore. fedeli al tuo comando essi hanno consentito alle quadrate legioni della pax atlantica di guardare i confini dell’impero, sotto la spinta insidiosa dei parti e dei sarmati, degli sciti e dei daci, dando alle tue milizie e alle tue navi la possibilità di sostenere sulle coste amiche della siria le battaglie di mosè monoftalmo contro le orde nubiane, e l’amico re dei persi contro la pressione infida delle orde armene e della cavalleria nomade del tigri e dell’eufrate. e ben capisco come sia per te cosa di gran pregio mantenere il governo del ponto mentre già le navi della sarmazia solcano il mare libico.

ora ben tu sai che da tempo, nel nostro regno, orde di schiavi ormai liberti, in gran parte già inclini ad accettare un patto col tuo potere, e persino indulgenti a sacrificare compromissoriamente agli dei e ai loro sacerdoti, guidati da un rude schiavo sardo, berlinguero, ritengono sia giunto il momento di sottrarre il governo del regno alla dinastia dei mitridatidi.
né la plebe vi si opporrebbe, né ormai gran parte dei patrizi, se non fosse che di continuo un liberto germano, da te elevato agli onori di maestro del palazzo imperiale, chisingero, tenacemente vi si oppone, vedendo nella rivolta degli schiavi una maliziosa congiura del re dei sarmati.

non starò a dirti se e come questo sospetto valga una goccia dei tuoi pensieri, o nettuno degli swimming pools, né voglio porre la mia saggezza a giudice delle tue credenze. solo ti dico che, se gli schiavi non dovranno accedere al potere, ben ti converrà attenerti ai mitridatidi che tanto e così eccellentemente ti hanno servito. come aiutarli tu ben sai, e con doni di copiosi sesterzi e seminando, tramite tuoi sicofanti, disordine e inquietudini nel ponto, insanguinando nottetempo gli altari, decapitando le erme, incendiando i templi di diana così che si possa pensare che fautori di questi disordini siano i rivoltosi, seguaci di una oscura religione fondata da un messia di treviri, un giudeo barbuto che osò ripetere che è più facile che un tornio passi per la memoria di un computer piuttosto che un tuo protetto sieda sulle ginocchia di giove.

se dunque tuo presidio rimane il dominio dei mitridatidi, sia. ma da non lungo tempo accadono cose che molto mi stupiscono, inquantoché uno dei tuoi senatori, tale ciurcius, iniziò a svelare misteri sino ad allora conservati nei penetrali del tempio capitolino, e da quell’evento sacrilego molti mali ne vennero alla schiatta dei mitridatidi.
e non passa giorno che tanaxio, già questore alle legioni, riceva una coppa pestifera che lo fa cadere di subita morte, che guius polemoniaco riceva un cesto colmo di frutti in cui si cela un aspide che lo morde là ove teneva, in un sacculo di pelle bovina, misteriosa pecunia; che crociano talattico debba darsi a rapida fuga inseguito da cani mordaci ispirati da occulte potenze. e non è finita, ché giorno per giorno, e proprio dai tuoi penetrali imperiali, arrivano sempre nuove maledizioni: cosi che, ormai non più difeso dalla lunga consuetudine ai veleni, già barcolla lo stesso rumor filadelfo, già tremano e moro eupatore e il sinistro fanfazio amintoratore, i pugni levando al cielo e domandandosi come mai non sovvenga loro la tua grazia e il tuo favore.

e io ti chiedo, o divino vulcano pentagonale, quali sono i tuoi occulti disegni? tu vuoi il ponto in tuo controllo, ma disdegni i fedeli dell’uomo di treviri e prostri l’un dopo l’altro i mitridatidi, mentre nel contempo il nummo ausonio più non vale un sospiro del sesterzio imperiale. in chi ancora confidi, a chi ritieni e disegni di volgere il tuo favore? a pacciardo repubblicatore, a destrazio fucilatore, a rautazio bombarolatore, a fredazio timeratore, a henkazio silenziatore, a micazio insabbiatore, a gavazio speculatore?

o di nuovo vuoi ridurre il ponto a colonia sotto il diretto controllo delle tue milizie, al comando di caio tizio volpe?

o gli dei, scoraggiati dal vederti cosi insensibile a minerva ti hanno dato preda a dioniso e ti hanno infuso il dono divino della mania?

vorrai credere che, per il tuo incomprensibile disegno, anche i sacerdoti dei misteri mediterranei già tremano per le sorti dell’impero e temono che tu ti candidi ad essere l’ultimo dei cesari?

non si dà regno vassallo senza re, non si dà regno federato senza parvenza di un patto. oscure e fiammeggianti mi suonano all’orecchio le sinistre profezie dell’uomo di treviri, suppliziato (orrore!) dai sarmati. che vuoi, signore dell’afasia? anche a un cesare la falce di crono incombe spietata. mi tremano le vene e i polsi al pensiero che gli schiavi del ponto decapitino un giorno le tue statue. vale.