l’alluvione da pioggia/2 – novembre ’66 (venezia firenze) e ’94 (piemonte). con una lettera dal friùli

alluvioni, nuova puntata.
ieri raccontavo dell'esperienza di antonio rusconi, ingegnere idraulico veneziano. molti i commenti dei lettori.
tra questi mi ha colpito il testo che mi ha mandato bruno, furlano di pordenone (la provincia di pordenone, amministrativamente friùli, dal punto di vista culturale è in parte anche vèneta), anzi di spilimbergo.

che cosa diceva ieri l'ingegnere delle acque? e che cosa scrivevo?

strano: il vèneto ha una regolazione delle acque con mille anni di storia di ingegneria idraulica.
furono i veneziani a spostare dal medioevo in poi a più riprese la foce del piave e del brenta, che uscivano in laguna;
furono i veneziani a creare il delta del po come lo vediamo oggi, quando ai primi del seicento fecero il taglio di po spostando la bocca maestra verso mezzogiorno e verso ferrara.
l'istituzione del magistrato alle acque ha mezzo millennio di storia: fu creato nel 1501 dal serenissimo principe e funziona ancora oggi (dipende dal ministero delle infrastrutture).
tutti i corsi d'acqua del vèneto hanno percorsi studiati dagli ingegneri idraulici di una volta, quelli che facevano le cose per farle funzionare e non per prèndere gli appalti.
ancora oggi i fiumi vèneti si scavalcano, si toccano, si dividono, usando le antiche "botti" e le "conche" costruite in modo perfetto nei secoli passati.
perché oggi il vèneto straripa? perché vicenza e pordenone (che amministrativamente fa parte del friùli) vanno sott'acqua?
"straripa perché il territorio è stato devastato. perché da decenni si progettano lavori di manutenzione e di adeguamento ma non è stato fatto niente, risponde antonio rusconi, ingegnere idraulico erede della tradizione serenissima.
rusconi è stato a capo dell'idrografico più delicato d'italia, l'idrografico e mareografico di venezia, e per un tempo breve è stato anche a capo del servizio idrografico e mareografico nazionale a roma. insegna allo iuav, l'università di architettura di venezia.
è stato segretario generale dell'autorità di bacino dei fiumi vèneti.
sa tutto di maree e acque alte, di corsi d'acqua e di allagamenti.
il problema è la capannonizzazione del vèneto.
il vèneto centrale è stato ricoperto da capannoni industriali, da villette-da-geometri-con-il-pàtio-e-la-forsizia-d'ordinanza, da strade e asfalti che di notte si pòpolano di nigeriane e albanesi disperate.
la pioggia, su questo vèneto, non è quella della serenissima, che impregnava con gradualità i terreni: oggi corre via ràpida sui bordi delle strade e dei piazzali portando con sé frammenti di vetro bulloni preservativi involucri di biscotti.
l'acqua corre e gonfia gli àrgini che non vengono puliti. si scontra con i ponti delle nuove strade a scorrimento veloce "perché la viabilità".
(eccetera)

 

fin qui, l'articolo di ieri.

aggiungo anche altre considerazioni. ricordi d'alluvione.

sono passati eoni da quando, il 4 novembre 1966, ero un "bòcia" di cinque anni, vivevo a venèzia (ultimi numeri di cannarégio prima di castello, finestre di casa sul rio di santa marina angolo rio dei mendicanti) e andavo già in prima elementare dalle imeldine a san cassiàn.
ne ho un ricordo in bianco-e-nero: scesi le scale di casa e a metà delle scale c'era acqua scura e limacciosa. non si poteva scendere nell'androne.

era l'alluvione di venèzia, anzi l'alluvione di firenze-e-venèzia.

e sono passate ere geologiche da quel 6 novembre 1994 quando, con il fotografo del giornale, partimmo per alessandria, per santo stefano belbo, per asti. era la prima "grande alluvione del piemonte" (ne seguirono altre).
le bòrmide, il belbo, il tànaro erano straripati ("esondati", dicono i poveri di lingua); il po - largo un miglio nelle goléne – aveva rotto in più punti l'argine maestro ("esondato")  e aveva allagato ("esondato") scuole caserme e officine.

a venèzia un proverbio antico che voi terragni non conoscete dice: "l'acqua e l'amor i copa in silenzio", uccidono in silenzio.

quell'acqua del tànaro, il 6 novembre '94, aveva ucciso in silenzio 70 persone e aveva lasciato senza casa più di 2.500 persone.

che cosa imparai nel piemonte del '94?
imparai che se un terreno è pianeggiante, è pianeggiante perché è stato limato, raspato, piallato nei secoli dallo scorrere dell'acqua.
il fondovalle pianeggiante è il grèto che il torrente o il fiume si è spianato anno per anno.
non sempre l'acqua si riprende quella terra piallata: per due o tre anni crescono sàlici e faggi. ma poi, stànne sicuro, il fiume ci ripassa; strappa l'erba, diràdica i faggi e i pioppi; dà un'altra passata di pialla al fondovalle.

e la pianura padana è il fondovalle più spettacolarmente vasto d'italia.

noi (questo imparai nel piemonte del '94) oggi siamo molto più comodi nel fondovalle.
costruire in piano, è meno costoso che farlo sui fianchi delle colline, sulle rupi.
così abbiamo occupato i comodi fondovalli pianeggianti.
dapprima con attenzione: una casa, un cascinale, un'officina.
dopo qualche anno, il torrente rabbioso spazzava questi insediamenti.
così si cominciò a irregimentare l'acqua.
spallette e argini. muri.

con queste prime opere di difesa, il torrente (o il fiume) aveva smesso di sgretolare le stalle e di trascinare con sé i frutteti ogni tre o cinque anni.

ma anche se il fondovalle era stato difeso, a volte – ogni
decina d'anni – l'acqua passava spallette di mattori, muri di pietrame, bastionature e scolmatori con una forza e una velocità maggiori di prima.

per evitare queste piene ricorrenti, dagli anni '60 i fondovalle sono stati fortificati ancora di più.
era arrivata l'arte del calcestruzzo, e i corsi d'acqua negli ultimi 50 anni sono stati chiusi in briglie strette di cemento armato.

per spendere meno e per comodità, le zone che erano state spianate da secoli di acqua furono riempite di case, scuole, villette, campi sportivi, fabbrichètte, strade, ponti, negozi.

ma ora l'acqua non si assorbe più nel terreno e non degrada con gradualità.
oggi scivola veloce sui piazzali di cemento armato e sugli svincoli e in pochi secondi è già nel corso d'acqua imbrigliato, stretto e dritto come una canna di fucile.
il più piccolo ostacolo, un'esplosione violenta.

siamo sicuri che costruire, lavorare e vivere nel fondovalle denso di campi sportivi, zone artigianali, capannoni, villette, scuole e negozi sia più comodo e meno costoso?

ora lascio parlare bruno.

verissimo lo sfacelo del territorio, dovuto a una non pianificazione urbanistica… pianificata. lo si nota bene dall’alto, arrivando all’aereoporto di venezia o treviso. non centri abitati, zone verdi e zone industriali ma un tutt'uno caotico: la casetta del geometra, la piscina, l’ex campo del nonno diventato fabbrichetta (magari abbandonata o chiusa causa crisi), il cimitero, confinante con un ruscello, il campo di calcio, ovviamente nel letto del ruscello, e così via in una litania e collana di urbanizzazione selvaggia.
tanto che penso che se anche oggi in veneto si volesse costruire una nuova autostrada, il problema non sarebbero i soldi ma lo spazio, come una periferia di hong kong o lagos.
a proposito di urbanizzazione non pianificata, il mio comune (spilimbergo) – considerato di riferimento per il territorio – dal dopoguerra non è riuscito a dotarsi di un polo sportivo e così i campi da calcio che i giovani si ritagliavano nei letti di torrenti e fiumi sono diventati i campi ufficiali, col risultato che di 6 campi da calcio 5 su 6 sono nel letto di un qualche fiume o torrente, l’unico al sicuro è talmente piccolo che ci si gioca solo 7 contro 7.
siccome nei fiumi non si può costruire nulla, siamo gli unici cornuti del circondario a non avere le tribune dello stadio coperte.
la non pianificazione urbanistica dove non uccide, almeno fa prendere pioggia e freddo lungo il coppino.
durante l’ultimo consiglio comunale ho chiesto alle assise il perché di tante case nuove nel nostro comune, visto che ne abbiamo centinaia di disabitate; ho osato parlare di riciclaggio di capitali sporchi nel pulitissimo friuli.
grande sdegno da parte di tutti. la mafia è solo al sud, no? eppure quante case vengono sequestrate tra veneto e friuli perchè riconducibili a cosche, clan e ndrine.
oggi sfogliando il giornale (il gazzettino) ho visto questa foto che mi ha fatto arrabbiare.

Barcis 
questa foto ritrae il torrente varma, in comune barcis (pordenone). a ogni acquazzone il torrente si alza di 30 cm, quanto basta per allagare la strada e isolare un’intera valle.
anni di dibattiti, articoli, soluzioni, polemiche, risse, proposte, alternative e… nulla.
tutto fermo.
a questo link si vedono le foto dello stato pietoso della ghiaia che batte sotto il ponte.
http://www.progettodighe.it/gallery/thumbnails.php?album=365
la foto è fantastica perché ha particolari preziosi:
– sullo sfondo il minisculo cumulo di ghiaia spostato dopo l’ultima “alluvione” dai mezzi pagati dalla protezione civile.
il cumulo è spostato di 10 metri e con la prima pioggia ritorna dove era prima.
il lavoro svolto è inutile perché infinitesimale rispetto al necessario… come cercare di svuotare il mare con un secchiello.
sul ponte c’è lo strumento messo dalla protezione civile per monitorare il livello del rigagnolo.
high tech, col suo bel pannellino fotovoltaico, che comunica in real time al sito della protezione civile regionale il livello dell’acqua. costoso, immagino. inutile sicuramente perchè con 50, 60 cm di acqua la strada si chiude.
che mi serve sapere con esattezza spropositata l’altezza della mota?
a me interessa non essere nella melma, non che il sistema mi dica “sei nella melma
esattamente per 181,5 cm”.
se dovessi iniziare a parlare di un’italia ferma, nella melma, partirei da qua.

questa, la nota di bruno, furlano da spilimbergo.
ogni commento è apprezzato.
se ci fosse qualcosa che offende, qualche errore marchiano, qualche corbelleria: scrivi.
emenderò gli errori eventuali del testo.