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il clima del mondo, i paesi poveri, la cina, i nostri soldi.

stamattina sul sole 24 ore un mio articolo cerca di spiegare che cos’è accaduto la settimana scorsa a lima durante il summit dell’oni sul clima, cioè la cop20.

in quell’articolo scrivo che

le maggiori associazioni ambientaliste e molti osservatori hanno espresso delusione per il risultato del summit cop20 dell’onu sul clima e contro l’effetto serra, che si è chiuso domenica a lima, in perù. «per salvare il pianeta si poteva fare di più», dicono. quello che non dicono è che a lima non si poteva fare di più. per due motivi. motivi che pochi hanno voglia di mettere in chiaro.
primo motivo. al summit sul clima e sull’ambiente, il tema del clima e dell’ambiente è rimasto in secondo piano. la discussione su come ridurre le emissioni che cambiano il clima è stata marginale.
il vero argomento negoziale è stato: soldi.

(clicca qui per leggere tutto l’articolo).

i soldi in realtà sono il tema centrale di quarant’anni di discussioni ambientali e di negoziati internazionali.
non è una novità.

la novità è che:

i paesi poveri o di nuova industrializzazione, fra i quali spicca il primo produttore mondiale di anidride carbonica, cioè la cina, vogliono ricevere dai paesi industrializzati finanziamenti, incentivi, sussidi soprattutto per “mitigare” quelli che saranno gli effetti futuri del cambiamento del clima, che essi danno per quasi inevitabile. dicono (ovviamente con i toni sfumati e indiretti del negoziato): voi paesi ricchi ci dovete risarcire (oggi) per il danno (futuro).
(clicca qui per leggere tutto l’articolo).

in altre parole, ormai i paesi *poveri* (molti di questi, sono poveri davvero) sostengono che le emissioni non si ridurranno e il clima cambierà.

dal punto di vista razionale il riscaldamento – se ci sarà – sarebbe un disastro per molti ma potrebbe essere una manna per altrettanti molti.
per esempio, diverrebbero coltivabili le estensioni senza fine di canada e siberia, per esempio.

ma per i paesi poveri del mondo, il clima attuale della terra è il migliore dei climi possibili, e se il clima cambierà, cambierà solo in peggio, e la colpa di questo cambiamento futuro è già oggi dei paesi ricchi.
(le emissioni di cina, messico, india, sudafrica eccetera invece sono un toccasana per l’ambiente).
e (il succo) quindi voi paesi ricchi dovete risarcirci oggi per i danni che avremo in futuro.

riassumo la posizione dei paesi poveri:
non c’è speranza e il clima cambierà
cambierà in peggio
per colpa dei paesi ricchi
che devono pagare i paesi poveri per il danno.

inoltre nell’articolo di stamane scrivevo:

l’intesa raggiunta un mese fa tra cina e stati uniti sulle emissioni ha svuotato in gran parte il negoziato.
(clicca qui per leggere tutto l’articolo).

l’intesa è molto importante. cina e usa per decenni hanno rifiutato qualsiasi limitazione alle emissioni di anidride carbonica. gli usa, a titolo di esempio, non hanno mai mai mai ratificato il protocollo di kyoto.
il 12 novembre invece per la prima volta i due paesi, i primi produttori mondiali di co2, hanno detto che partiranno con i programmi veri importanti effettivi incisivi per tagliare le emissioni di anidride carbonica.
però lo faranno a partire dal 2030.

delusione collettiva: come? ridurrete le emissioni solamente a partire dal 2030? ma sarà troppo tardi.
può darsi che sarà tardi.
ma cina e usa sono due locomotive a vapore di ghisa e acciaio, con inerzie importanti: lentissimi a partire, i due paesi quando partono sono inarrestabili e sviluppano una massa economica e d’innovazione formidabile.

basti ricordare che il protocollo di kyoto è stato più volte bocciato dal senato statunitense. ci fu un tentativo bipartisan di liebermann e mccain sotto la presidenza bush, e poi basta.

ne abbiamo fatto cenno stamane su un *social* con due osservatori accorti, cioè pippo onufrio (direttore scientifico di greenpeace italia) e luca lombroso (meteorologo).

al dibattito si è aggiunto con una nota anche massimo martinelli.
chi è martinelli? è un fisico, è di grande intelligenza e umanità, si occupa di ambiente, vive molti mesi l’anno in cina, ha collaborato a lungo con il ministero italiano dell’ambiente (e soprattutto con l’ex direttore generale ex ex ministro corrado clini) per i quale ha sviluppato molti progetti riusciti in cina e in altri paesi.
martinelli m’ha mandato oggi questi suoi appunti, che sottopongo ai lettori:

1972 conferenza onu di stoccolma su “l’ambiente umano”
1987 our common future rapporto bruntland
segnano l’avvio di un pensiero politico sull’ambiente sostanzialmente solidaristico, che, a partire dalla iniquità della ripartizione dei benefici della rivoluzione industriale e, viceversa dalla minaccia comune di disastri socio-ambientali derivati dalla sviluppo, spinge i paesi sviluppati a farsi carico delle azioni volte a tutelare il “nostro comune futuro”.
a stoccolma viene enunciato il principio che tutti i paesi hanno diritto allo sviluppo, e che per aiutare i paesi in via di sviluppo (pvs) a perseguire uno sviluppo sostenibile, i paesi sviluppati devono aumentare i loro contributi finanziari dei verso i pvs fino allo 0,7 del pil.

1992 united nations conference on environment and development (unced) earth summit
un evento enorme, 172 governi, 116 capi di stato o premier. vennero siglate numerose convenzioni su problemi ambientali globali, quali:
1. cambiamenti climatici
2. biodiversità
3. agenda 21
4. tutela della foreste
viene ribadito a rio il principio che tutti i paesi hanno diritto ad avere uno sviluppo sostenibile.
si ribadisce l’impegno dei paesi sviluppati di contribuire allo sviluppo sostenibile dei pvs con lo 0,7 del loro pil
quest’ultimo punto però era semplicemente una raccomandazione, sostanzialmente non giuridicamente vincolante.

la promessa dell’aumento dei fondi per lo sviluppo sostenibile alllo 0,7 del pil, venne sostanzialmente disattesa da quasi tutti i paesi sviluppati. questo fatto provocò negli incontri successivi un clima di tensione/scontro tra paesi sviluppati ed in via di sviluppo. in tutte le periodiche riunioni successive ed anche alle periodiche conferenze delle parti (cop) della convenzione quadro delle nazioni unite sui cambiamenti climatici (unfccc) rappresentò quasi l’argomento principale di discussione

1997 firma del protocollo di kyoto
in occasione della cop3 della convenzione quadro delle nazioni unite sui cambiamenti climatici (unfccc) venne raggiunto l’accordo su un protocollo sulla riduzione delle emissioni di gas serra (protocollo di kyoto).

il protocollo prevede la suddivisione dei paesi aderenti in due categorie principali (seguendo lo schema onu): paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.
gli obblighi di riduzione, ed i relativi costi, sono a carico dei paesi sviluppati.
i paesi in via di sviluppo non hanno obblighi di riduzione.

parties to the unfccc are classified as:
annex i: there are 43 parties to the unfccc listed in annex i of the convention, including the european union. these parties are classified as industrialized (developed) countries and “economies in transition” (eits).
the 14 eits are the former centrally-planned (soviet) economies of russia and eastern europe.
annex ii: there are 24 parties to the unfccc listed in annex ii of the convention, including the european union.
annex ii parties are required to provide financial and technical support to the eits and developing countries to assist them in reducing their greenhouse gas emissions (climate change mitigation) and manage the impacts of climate change (climate change adaptation).

dunque l’italia (così come l’unione europea) è sia nell’annesso i che nell’annesso ii.

questo vuol dire che l’italia ha sia l’obbligo (doppio perchè il protocollo di kyoto è firmato sia dall’unione europea che direttamente dall’italia come paese) di azioni dirette per ridurre le sue emissioni sia quello supportare pvs nelle loro strategie di riduzione delle emissioni.

2001 cop 6-bis (bonn) e cop 8 (marrakesh)
additionality
come conseguenza delle mancate promesse dei paesi industrializzati in materia di supporto tecnologico/finanziario ai pvs, questo divenne uno dei punti più caldi delle discussioni delle cop unfcc dopo kyoto.
la discussione entrò nel vivo a bonn e trovò una definizione condivisa a marrakesh.
la formulazione usata è la seguente:

industrialized nations agree under the convention to support climate change activities in developing countries by providing financial support for action on climate change above and beyond any financial assistance they already provide to these countries.

la terminologia accettata dai paesi dell’annesso ii è durissima e molto chiara: above and beyond significa esattamente sopra ed al di là.
nella terminologia unfcc questo concetto è indicato come additionality (addizionalità)
non credo che occorra aggiungere altro, per chiarire la portata del concetto.
si può aggiungere che la commissione europea considerò l’approvazione di questo documento un suo successo.

l’approvazione dell’addizionalità portò con se che il contributo finaziario e tecnologico dei paesi annex ii (tra cui l’unione europea e l’italia) avesse le caratteristiche di un grant e non di un prestito.

gli accordi hanno un carattere bilaterale. come sempre in questi casi definiscono semplicemente gli obiettivi del’azione la cui implementazione è nella totale responsabilità del paese pvs.

1994-2002 recepimento protocollo di kyoto nella legislazione italiana
nel 1994 venne recepita dalla legge 15 gennaio 1994, n.65, la convenzione onu sui cambiamenti climatici (unfcc). la legge all’articolo 3 prevede:
all’onere derivante dall’attuazione della presente legge……..si provvede mediante riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 1994-1996, al capitolo 6856 dello stato di previsione del ministero del tesoro per l’anno 1994, all’uopo parzialmente utilizzando l’accantonamento riguardante il ministero degli affari esteri. le predette somme sono iscritte nello stato di previsione del ministero dell’ambiente.

2002 legge 1° giugno 2002, n. 120
“ratifica ed esecuzione del protocollo di kyoto alla convenzione quadro delle nazioni unite sui cambiamenti climatici, fatto a kyoto l’ 11 dicembre 1997”
approva il protocollo.
dà la titolarità delle azioni al ministero dell’ambiente ed all’articolo 3 prevede:
al fine di ottemperare all’impegno adottato dalla sesta conferenza delle parti della convenzione sui cambiamenti climatici, svoltasi a bonn nel luglio 2001, in materia di aiuti ai paesi in via di sviluppo, come stabilito dalle decisioni fccc/cp/2001/l14 e fccc/cp/2001/l15, è autorizzata la spesa annua di 68 milioni di euro, a decorrere dall’anno 2003.

l’ammontare del contributo italiano era stato determinato in sede comunitaria.

sino italian collaboration program (sicp)
le risorse destinate ai grant sono “italiane” fino al transfer dalla banca d’italia alla banca cinese. ma una volta trasferite sono “cinesi” a tutti gli effetti.
anche le diverse strutture più o meno provvisorie, previste nel programma come ad esempio il pmo italo -cinese (program management office) non sono stati reali strumenti di gestione, quanto piuttosto una struttura di facilitazione per le varie amministrazioni cinesi e per le imprese italiane che hanno operato nel programma.

martinelli ci ricorda cioè che lo scontro economico fra paesi poveri (che chiedono soldi) e paesi ricchi (che non vogliono darli) è antico quanto il negoziato sul clima, che gran parte dei paesi sviluppati a parole ha promesso fiumi e slavine di denaro sonante ma nei fatti chi ha finanziato programmi climatici sono stati pochi paesi fra i quali l’italia, che l’italia era vincolata a impegnarsi dai suoi impegni internazionali.

alla cop20 di lima è emerso anche un altro tema importante, ed è il frutto di un’analisi presentata a lima dall’enea. l’analisi è relativa alle emissioni. emerge che una quota importante delle emissioni attribuite ai paesi a forte impatto ambientale (come la cina) è dovuta ai trasporti dei beni prodotti verso i mercati.
restando sull’esempio della cina, la “fabbrica del mondo”, una parte importante delle sue emissioni è dovuta al viavai di navi cariche di prodotti dalla cina verso le americhe e l’europa.

e questo tema dell’impatto ambientale dei trasporti potrebbe aprire un fronte interessante di discussione sull’energia a chilometri zero.
siamo sicuri di quale sia l’impatto ambientale di un bene prodotto vicino ai luoghi di consumo?
siamo sicuri che importare il greggio da paesi lontani, ed estratto in modo non controllato, finanziando oligarchi ed emiri, abbia un impatto ambientale più basso?
siamo sicuri che il “chilometri zero” abbia sempre un impatto ambientale minore?
a queste tre domande so dare una risposta emotiva, ma non ancora una risposta razionale.

molto interessante anche la lettura che ne fa carlo carraro nell’articolo *a different view on lima cop 20*. carraro, prof a ca’ foscari, è direttore dell’international center for climate governance (iccg).

scrive carraro:

this emphasis on emission reductions somehow obscures the real issue at the core of the cop 20 negotiations (that will be at the core of cop 21 as well), namely the difficulty of agreeing on the resources that must be devoted to achieve mitigation targets, on their distribution across different world regions, on the mechanisms to fund the huge investments that will be necessary for both mitigation and adaptation.
the discussion in lima was centered on the green climate fund, established in copenhagen in 2009, but the debate was more on distributional issues (how much will developing countries receive and how much will they contribute) rather than on efficiency issues (how best can the fund be used).

(clicca qui per leggere tutto l’articolo)

(l’articolo di carraro può essere letto anche sulle pagine del centro mediterraneo sui cambiamenti climatici, cliccando qui).