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africa. gli schiavi negri per fare il tuo parquet. le armi italiane in libia.

non voglio rubare il mestiere africano al mio collega e amico riccardo barlaam, che al continente più bello e sfortunato del mondo dedica un blog prezioso in queste pagine.

ma ho due notizie di italiani in africa.
notizie brutte, ne'.

la prima, riguarda la distruzione di foreste primarie da parte di un'azienda italiana in camerun. sfruttamento del lavoro, discriminazioni razziali e schiavizzazione, caccia di frodo, violenze sui pigmei, corruzione di funzionari.
cose turpissime marchiate a fuoco da un'azienda italiana.
ne scrive il giornale web villaggio globale fondato e diretto dal bravissimo giornalista ambientale ignazio lippolis.
il reportage riporta il nome dell'azienda italiana coinvolta in queste bastardate. io non lo faccio. se vuoi saperlo, vai all'articolo cliccando qui.

(aggiornamento di sabato 19 febbraio: ho notato che villaggio globale ha pubblicato anche una nota nella quale l'azienda italiana spiega di rifornirsi sì di quel legname, ma di essere estranea alla vicenda).

chi sta per posare in casa il parquet di legno pregiato, fa bene a lèggere il reportage.
per scegliere, per decidere.
la decisione su chi premiare e chi punire con le tue scelte d'acquisto è la tua arma di consumatore cittadino. 

la seconda notizia, è che l'italia con la finmeccanica produce armi insieme con la giamairìa al-arabìa al-libìa al-sciabìa al-istirachìa al-uzma.
cioè la libia di gheddafi.
lo afferma in un documento parlamentare un senatore battagliero della lega nord, sergio divina.

cominciamo con la rivolta del popolo della foresta del camerun.
operai in sciopero contro l’azienda. illeciti nelle concessioni, dipendenti quasi schiavizzati, traffici di legno e caccia di frodo.
ci racconta villaggio globale che a libongo è in corso una mobilitazione degli operai di un’azienda italiana di legname, che opera nel sud-est del camerun, all’interno delle foreste del bacino del congo. i dipendenti camerunesi dell’azienda lamentano gravi discriminazioni razziali, violazioni dei diritti dei lavoratori e sfruttamento del lavoro.
la mobilitazione ha portato a tre giorni di sciopero e all’arrivo presso il villaggio di libongo del prefetto e del viceprefetto del camerun insieme con i responsabili sindacali di vari gruppi operai scortati dalla gendarmeria nazionale.
le proteste sono iniziate dopo che un operaio morto è stato scaricato nella stanza del direttore dell'azienda italiana.
i manifestanti lamentavano l’assenza di assistenza sanitaria per l’operaio e il mancato pagamento dei funerali da parte dell’azienda.
in molti, però, hanno ribadito che l’episodio è solo l’ultima goccia di una serie di atti discriminatori compiuti dai titolari italiani dell’azienda nei confronti del personale locale, che denuncia di essere sottopagato (lo stipendio medio è di circa 60 euro mensili), trattato in maniera schiavista e costretto a orari di lavoro di 12-16 ore.

ma l'articolo racconta molto di più.

e ora le armi libiche.
l'italia è oggi il principale socio della libia nella costruzione di elicotteri, aerei, armi e sistemi elettronici di difesa e attacco militare.
sarebbe paradossale "dover assistere a conflitti armati in cui i nostri soldati si trovino a fronteggiare contingenti dotati di mezzi di provenienza italiana venduti per errore a chi non si doveva''.
con una interrogazione ai ministri ignazio la russa e giulio tremonti, il senatore della lega nord sergio divina, componente della commissione difesa di palazzo madama, vuole chiarimenti sulla costituzione della società per azioni liatec, libyan italian advanced technology company, avvenuta nel 2006 con sede a tripoli e di cui il 50% delle quote appartengono alla libyan company for aviation industry (aviazione militare libica) e il restante 50% a finmeccanica-agusta westland.

divina, nella sua interrogazione ricorda inoltre come nel 2009 finmeccanica e la libyan investment portfolio, controllata dalla libyan investment autority (neoproprietaria di quote della stessa finmeccanica e prossima all' ingresso nel consiglio di amministrazione) hanno costituito una società per la ''cooperazione strategica nel settore militare ed aerospaziale, delle telecomunicazioni, dei trasporti, dell' elettronica'' per operare in libia, in tutta l'africa e medio oriente.

ora, si chiede divina, ''con le turbolenze politiche e istituzionali che stanno scoppiando nel nord-africa, con una proiezione nel medio oriente e nei paesi del golfo persico'', quali garanzie si hanno ''che il nostro personale militare impiegato nelle missioni all' estero, non si trovi ad affrontare controparti armate con dotazioni realizzate in fabbriche a partecipazione italiana?''.
infatti, nelle vicinanze di tripoli, precisamente ad abu aiscia, è stata inaugurata il 20 aprile 2010 una fabbrica per la costruzione di armamenti ed elicotteri d'attacco come l'aw119ke ''koala'' e altri modelli.

''ci si pone la domanda – scrive divina ai due ministri – se esista o meno un organo di vigilanza che amministri e regoli con tracciabilita' questo particolare e delicato commercio in quanto oggi il timore principale e' quello di non poter controllare per il futuro le vendite di questi micidiali mezzi''.

  • jacopo giliberto |

    lo chieda, gentile cesare, alla redazione di villaggio globale, di cui ho fornito tutti i riferimenti e i link. il periodico web è fatto molto bene e ho alta fiducia nel loro lavoro, però possono avere commesso una topica, come (per fortuna, raramente) capita.

  • cesare rossetti |

    Ma siete proprio sicuri di quello che scrivete? Non ci crederò mai che gli operai lavorano 12/16 ore al giorno.In 40 anni di lavoro in Africa non ho mai visto e sentito che gli Africani riescono a sopportare ritmi di lavoro simili. Mai. Se riescono a fare delle ore straordinarie, vengono pagati regolarmente, sempre premesso che siano al libro paga di Ditte Europee…poi se invece lavorano, senza stare al libro paga, con Ditte Cinesi o Africane, allora ci credo. Controllate prima di scrivere, non fate come quella giornalista Italiana che si preoccupava delle latrine nelle prigioni ciadiane, ma aveva omesso di dire che le Autorità Locali non danno cibo ai carcerati, ci debbono pensare parenti e amici.

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