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acqua. referendum. petretto (università firenze): no al referendum, sì agli acquedotti pubblici.

a me, uno dei due referendum chiamato *contro la privatizzazione dell'acqua* continua a non convincere.
ho studiato un poco la questione (ma l'ho studiata davvero poco poco. sono un giornalista, non devo pensare troppo) e ho capito che non è vero che i due quesiti referendari sono contro la privatizzazione.

uno, in particolare, ha l'effetto esattamente contrario. la questione dei cosiddetti *profitti* (scheda gialla) non riguarda i profitti.

e se passassero i sì a quello specifico referendum sarebbero danneggiati, al contrario, proprio gli acquedotti pubblici che si vorrebbero difendere.

nei giorni scorsi ho pubblicato in queste pagine un documento degli acquedotti pubblici, preoccupatissimi perché uno dei due referendum sull'acqua (quello con la scheda gialla) in realtà non è contro la *privatizzazione* bensì dissesta i bilanci di tutti gli acquedotti, pubblici e privati, e soprattutto pubblici.

avevo trovato e pubblicato un documento degli analisti londinesi della fitch, una delle più autorevoli società di rating, che diceva la stessa cosa: il referendum scheda-gialla blocca tutti gli acquedotti e rischia di mandarli al dissesto.

poi ho pubblicato un interessante commento di andrea gilardoni, professore alla bocconi e uno dei massimi esperti italiani di economia degli acquedotti.

e ancora, un commento di adolfo spaziani, direttore della federutility, cioè l'associazione degli acquedotti pubblici e di tutte le aziende di servizi pubblici locali.

ho ascoltato il parere dell'economista alessandro marangoni, tra i più noti nel settore dei servizi pubblici locali.

poi ho pubblicato l'elenco dei circa 150 comuni italiani messi in mora dall'unione europea perché in 13 anni non si sono dotati di depuratori. questi comuni dovranno dotarsi entro due mesi dei depuratori, dice bruxelles; la multa va da 11mila a oltre 700mila euro per ogni giorno di ritardo: chi pagherà queste multe? con le tasse, tutti noi.

ieri, ecco l'appello di economisti di servizi pubblici ed esperti del settore idrico, i quali stanno raccogliendo le firme in difesa degli acquedotti pubblici. adesso sono arrivati a 120 firmatari.

oggi, ecco l'intervento di alessandro petretto, che insegna economia pubblica all'università di firenze.
è iscritto al pd.

l'inopportuno e fuorviante "referendum per l'acqua pubblica": il punto di vista di un economista

di alessandro petretto

il 12 e 13 giugno saremo chiamati ad esprimerci sull'abolizione dell'articolo che disciplina le modalità di affidamento dei servizi pubblici locali (il 23 bis) e sull'eliminazione della componente "remunerazione del capitale investito" dalla tariffa dell'acqua. i sostenitori del si sostengono che, in caso di vittoria, l'acqua ritornerà totalmente pubblica e saranno esclusi i rischi di privatizzazione e quindi di sfruttamento della preziosa risorsa da parte di capitalisti ingordi. ritengo pertanto opportuno, come economista (per di più "pubblico"), tentare di dissipare alcune incertezze logiche e depotenziare quelle che appaiono vere illazioni.

1. proprietà della risorsa acqua e proprietà delle aziende distributrici
prima alcune precisazioni anche terminologiche. l'acqua, come risorsa solo parzialmente rinnovabile, è un bene soggetto a rivalità nel consumo ma tendenzialmente non escludibile e quindi rientra nella categoria dei cosi detti commons. per questa tipologia di beni, la teoria economica, grazie al contributo di una mezza dozzina di premi nobel, ha individuato, nella definizione di diritti di proprietà la soluzione dei tipici problemi del sovraconsumo e del sottoinvestimento. il primo emerge per il fatto che, in assenza di diritti di proprietà, un comportamento free-rider induce a un eccesso di utilizzazione della risorsa, il secondo deriva dall'impossibilità di appropriarsi dei frutti dell'investimento migliorativo, senza delimitazione dell'uso della risorsa stessa. quindi la risorsa va soggetta a diritto di proprietà, per cui il problema si sposta nella direzione di chi dovrebbe essere titolare di tale diritto. il nostro ordinamento giuridico ha scelto, come in altri paesi industrializzati, l'opzione della proprietà pubblica (demaniale) della risorsa, allo scopo di salvaguardarne l'uso entro limiti di sostenibilità sociale e ambientale.
altra questione è relativa alla gestione del servizio, attraverso l'uso in concessione delle reti e degli impianti per condurre il servizio all'utenza. la fornitura del servizio assume carattere industriale, per cui deve, in ogni caso, svolgere funzioni spiccatamente imprenditoriali quali: scegliere le tecniche di combinazione di capitale e lavoro, minimizzare i costi di produzione necessari a fornire un livello di servizio adeguato alla domanda, stabilire tariffe all'utenza in linea con i costi di produzione, per inviare i necessari segnali di scarsità, e investire per contenere le perdite e aumentare la qualità della distribuzione.
la gestione può essere affidata a imprese private, miste o pubbliche. la proprietà pubblica risulta la soluzione meno efficiente delle tre perché delimita la scala produttiva e la flessibilità organizzativa e imprenditoriale e affida il ruolo di imprenditore a un politico, o un a manager di stretta derivazione politica, che ha, oltre a una competenza imprenditoriale non scontata e non accertata, una funzione obbiettivo per molti elementi conflittuale con l'efficienza, dalla ricerca di consenso politico ai limiti di commitment a causa di un orizzonte temporale limitato al ciclo politico. naturalmente queste inefficienze possono essere celate con tariffe strumentalmente contenute e quindi con debito pubblico, non percepito dai cittadini contribuenti. la soluzione dell'impres
a pubblica è quindi da considerare come superata dalle altre due, sotto il profilo dell'efficienza economica, ma paradossalmente anche quello dell'equità. la soluzione della società mista tende a garantire il contributo di un'imprenditorialità esterna, mantenendo nel contempo una sufficiente presenza pubblica nella governance per supportare le decisioni più strategiche.

ad ogni modo, indipendentemente dalla proprietà, i problemi principali del servizio idrico integrato rimangono due. il primo richiede di organizzare una struttura indipendente di regolamentazione per tenere sotto controllo i costi dell'impresa e fissare tariffe in grado, da un lato, di coprire i costi e razionare l'uso di acqua e, dall'altro, consentire un accesso equo a tutte le categorie sociali di utenti. il secondo è assicurare un consistente flusso di investimenti per coprire l'enorme deficit infrastrutturale negli acquedotti accumulato nel nostro paese. sarebbe quindi opportuno spostare l'attenzione dalla natura della proprietà a questi due problemi ben più impellenti.
e veniamo alla materia specifica del contendere. il riordino dell'organizzazione dei servizi pubblici locali a rilevanza economica (quindi di tutti i servizi, non solo il servizio idrico) tendente ad adeguare la disciplina comunitaria, di cui all'art.15 del dl n. 135/2009 – che modifica e integra l'articolo 23-bis del d.l. n.112/2008, convertito con legge pubblicata nella gu del 24.11.2009 – arriva dopo un decennio di infruttuosi tentativi di dare al settore un assetto moderno e coerente con il rilievo che questo ha per il benessere dei cittadini e lo sviluppo economico del paese. l'articolo che si vuole abrogare non riesce nell'ambizioso intento, a causa soprattutto della disciplina delle fasi transitorie che ne possono minare gli esiti, ma ha aspetti positivi, uniti ad alcune evidenti carenze.

2. il 23-bis: aspetti positivi e negativi
il primo elemento positivo è l'aver ribadito come il meccanismo generale di affidamento del servizio sia la gara, in coerenza con la legislazione comunitaria che fissa questo "paletto" invalicabile. la gara per l'affidamento del servizio, fondata sulla massimizzazione multidimensionale del surplus degli utenti in condizioni di equilibrio finanziario, ha la finalità di elevare l'efficienza, tanto che costituisce una cerniera tra economicità della gestione e regolamentazione del servizio. e' con questa tipologia di gara che si apportano più elevati benefici per l'utenza perché è quella che applica la logica della concorrenza per il mercato e la relativa contendibilità. viceversa, la semplice gara per la scelta del socio privato, non può, in linea di principio, essere assimilata alla gara per l'affidamento, se non adeguatamente integrata. in generale, infatti, ha la finalità di irrobustire finanziariamente l'impresa a maggioranza pubblica, tanto che la competizione in questa gara tendenzialmente si svolge sul sovraprezzo delle azioni ed è volta ad aumentare l'utile dell'azienda.
tenuto conto di questa non uniformità concettuale delle due tipologie di gara, l'art.15 (23-bis) stabilisce opportunamente che, affinché possano essere considerate forme alternative di affidamento, nella seconda, la scelta del socio privato debba avvenire "a doppio oggetto", stabilendo non solo la qualifica di socio, ma anche l'individuazione di specifici compiti che lo coinvolgano nella massimizzazione del surplus. quindi il secondo elemento positivo della norma è quello di avere fatto chiarezza sulla seconda possibilità di affidamento che conduce ad una società mista pubblico-privata e l'operatività del socio spiega il vincolo che la sua partecipazione non possa essere inferiore al 40%.
altro elemento positivo è l'aver limitato e ridimensionato il ricorso all'affidamento in-house considerandolo una deroga da giustificare, di fronte all'autorità garante della concorrenza e del mercato, e legittimare, sulla base di elementi oggettivi riconducibili alla razionalità economico-industriale e al benessere della collettività. in effetti, l'affidamento diretto in-house ha principalmente assunto, in questi anni, il ruolo di espediente volto a mantenere impropriamente la gestione in mano pubblica di attività industriali.
un elemento negativo è invece associato al fatto che la norma è del tutto laconica in merito alle strutture di regolamentazione e di tutela dell'utenza, per cui la separazione tra responsabilità di gestione e di regolazione non è sostenuta dagli indispensabili elementi istituzionali. il fatto è che, affinché l'impianto regolatorio sia coerente con i criteri enunciati in queste note, occorre che applicazione definitiva dei criteri di affidamento, norme transitorie e definizione delle strutture della regolamentazione procedano congiuntamente di pari passo. abbandonare a se stesso lo snodo più delicato, quello appunto della separazione tra gestione e regolamentazione, rischia di mettere in discussione gli auspicati risultati positivi conseguibili con gli altri aspetti della riforma. tutto questo non si risolve però abolendo il 23-bis, ma correggendolo e integrandolo, pur con una battaglia non facile. a questo proposito l'istituzione dell'autorità con il recente decreto sullo sviluppo è un passo incerto e criticabile per la natura del nuovo istituto che non ha le necessarie caratteristiche di indipendenza e salienza. ma il ruolo di istituzioni indipendenti da politici e mercati, con mission tecniche e operative e obiettivi di efficienza, non è certamente nel feeling culturale del governo leghista-colbertiano.

3. la remunerazione del capitale come costo di opportunità
il quesito è frutto, nella migliore delle ipotesi, di una profonda incultura economica. la remunerazione del capitale investito è un costo alla stessa stregua delle materie prime, dei semilavorati e del costo del lavoro. può essere un costo effettivo se corrisponde al servizio del debito di un capitale preso a prestito, oppure può essere un costo di opportunità se è il socio che investe capitale proprio. un euro investito in un'iniziativa, ad esempio l'ammodernamento di un acquedotto, è un euro in meno in un'altra iniziativa, che può avere un valore sociale altrettanto valido. non remunerare questa componente può significare due cose: o l'investimento non viene effettuato o il costo è sostenuto al di fuori dell'impresa, in ultima analisi dai contribuenti. in quest'ultimo caso occorre aggiungere il costo della distorsione (per l'alterazione delle scelte economiche e per l'amministrazione finanziaria) provocata dalla tassazione necessaria o dal servizio del debito pubblico generato, che ricade sulle generazioni future, le quali come si sa non parteciperanno al referendum. in tal caso gli economisti dicono che, il costo marginale dei fondi pubblici è maggiore di uno, cioè l'euro destinato alla rete in realtà costa alla società più di un euro.
in definitiva parrebbe che la questione per il servizio idrico fosse proprio l'opposto, ovvero la remunerazione è mediamente insufficiente a richiamare capitale privato in partenariato, in grado di integrare o sostituire quello pubblico, estremamente costoso per la collettività, in una fase storica di risorse pubbliche fortemente limitate.
ma poi qual è il problema che sollevano i refere
ndari? le tariffe, comprendendo la remunerazione del capitale investito, sono troppo alte? invero, le tariffe, se mai, sono in media troppo basse, tanto che danno luogo, a sprechi diffusi nell'uso dell'acqua da parte di famiglie, imprese industriali e agricole. perché mai un giovane e brillante professionista, nel fare una lunga doccia la mattina, non dovrebbe essere chiamato a pagare adeguatamente per questo consumo? e che dire delle facoltose signore che tengono sotto continua pressione potenti lavastoviglie? si può dimostrare come, per l'uso dell'acqua, siano ottimali tariffe mediamente alte, ma discriminate in modo da gravare maggiormente nelle ore di punta e sugli utenti industriali, e favorire solo le famiglie a basso reddito, per impedire fenomeni di diffusa affordability.

forse senza remunerare il capitale investito si vuole espungere il profitto ("normale" in questo caso, ma sempre destinato al diavolo!) dalle quote distributive dei ricavi del servizio. ma andremo a sostituirlo con la rendita di politici rent-seekers, non necessariamente meno rapaci dei capitalisti imprenditori. o forse questa remunerazione è più eticamente accogliibile di quella rivolta al profitto normale di un imprenditore, tra l'altro soggetto a un rischio che in economia va compensato?

4. una conclusione con un po' di politica
sono iscritto fino dai primi tempi al partito democratico. pur pensandola come espresso in precedenza, cioè non in linea con la posizione ufficiale del partito, credo di rappresentare una posizione legittima e dignitosa, da rispettare e da non emarginare. un grande partito plurale deve ammettere voci discordanti su temi delicati come questo, tanto più che è forse l'unico che riconosce, come da recenti dichiarazioni dei responsabili di politica economica, nelle liberalizzazioni dei mercati un importante veicolo per la crescita.
amici più competenti di me in materia mi dicono che dietro il referendum c'è un movimento di sinistra che il pd non può non intercettare. e poi due si al referendum sono un no a berlusconi. curioso come questa sia la stessa risposta che mi veniva data quando obiettavo che non era proprio una grande idea salire sui tetti per esprimere solidarietà a categorie tra le quali una parte non insignificante aspirava semplicemente ad un ope-legis. grandi esponenti della sinistra riformista in italia e in europa non hanno fatto così in passato, i movimenti li hanno indirizzati, emancipati e infine convinti, sfidando l'impopolarità.
tornando all'acqua, se si guarda al risultato finale la posizione espressa in precedenza è senza dubbio riformista e progressista e potrei anche dire di sinistra. elevati investimenti, tutela ambientale, controllo dell'uso della risorsa, tariffe per la distribuzione all'utenza regolate e tali da garantire uguaglianza dell'accesso a tutte le categorie sociali sono esiti compatibili con un'organizzazione del servizio idrico integrato come quella delineata. in fondo il modello delle società miste toscane prova che il risultato è raggiungibile: sono imprese che devono solo crescere e rafforzarsi e ciò potrebbe bene accadere all'interno della nuova legislazione. l'assetto prefigurato si fonda su una struttura complessa e articolata, di non facile implementazione, e i ritardi in italia ne sono una prova, ma sono convinto che analoghi risultati non possano essere conseguiti con un'organizzazione fondata su un'azienda pubblica, monopolio verticalmente integrato, necessariamente piccola, collocata all'interno della pubblica amministrazione e soggetta alle pretese e alle appropriazioni tipiche della politica quando si fa imprenditrice. per avere esempi eclatanti basta sfogliare qualche quotidiano, sebbene non tutti.

dei referendm (nucleare, acqua, legittimo impedimento berlusconiano), sulla "privatizzazione" dell'acqua ci sono due schede.
uno dei due referendum riguarda i soci privati delle società acquedottistiche e di depurazione, e quindi è effettivamente relativo alla privatizzazione del servizio.

ma l'altro dei due quesiti del referendum, quello con la scheda gialla, riguarda la determinazione della tariffa del servizio dell'acquedotto idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito, e riguarda tutti, proprio tutti, gli acquedotti.
soprattutto quelli pubblici.
la domanda che ci sarà posta è:

volete voi che sia abrogato il comma 1, dell'art. 154 (tariffa del servizio idrico integrato) del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 "norme in materia ambientale", limitatamente alla seguente parte: "dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito"?

naturalmente, mi sarà caro il parere di tutti.

  • Nicola Fusco |

    Jacopo, se è vero, come tu stesso dici, che le gestioni private possono essere orride, e le gestioni pubbliche possono essere ottime, allora io PRETENDO che quel BENE VITALE detto acqua sia gestito dal PUBBLICO, e che sia gestito in modo OTTIMO, anche grazie alla possibilità di CONTROLLO che noi “AZIONISTI” abbiamo sull'”AMMINISTRATORE DELEGATO”, per il tramite del nostro VOTO.

  • Gabriele |

    La tariffa di un servizio pubblico non può essere collegata meccanicamente al capitale investito!
    a) L’acquedotto lo hanno già pagato i cittadini – con le loro tasse – devono poi pagare anche la remunerazione sul loro stesso capitale?
    b) Le tariffe non sono mica a libero mercato! Sono stabilite d’autorità. Sarebbe il primo caso al mondo di un’azienda che ha il ROI garantito per legge!
    c) La legge, come è adesso, da ai funzionari dell’acquedotto la licenza di fare qualsiasi corbelleria con la sicurezza di potersi rifare direttamente sui cittadini inermi.

  • jacopo giliberto |

    nicola, non discuto che ci siano gestioni private òvvide, né che ci siano acquedotti pubblici ottimi. è chiaro. sto discutendo un’altra cosa.
    ovvero: uno dei due quesiti referendari è stato pensato male. nell’intento di togliere interesse economico agli investimenti privati, senza conoscere i meccanismi del settore idrico è stato toccato lo strumento che garantisce il funzionamento dell’acqua pubblica.

  • jacopo giliberto |

    walter, scrivi “da come sembra”.
    rileggi bene e dimmi dove mai *sembra* che si parli dei privati.
    walter, scrivi che “evidentemente il pubblico si finanzia diversamente”.
    il tuo *evidentemente* non è per niente evidente.
    no, il pubblico si finanzia attraverso le tariffe e basta, non ha altre risorse né altri piani di investimento.
    ti hanno fatto pensare per luoghi comuni. è facile dire *no all’acqua privatizzata*.
    nella realtà, si sta distruggento l’acqua pubblica.

  • Walter |

    da come sembra la norma riguarda solo i privati
    evidentemente il pubblico si finanzia diversamente o presuppone altre risorse e/o piani di investimenti

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