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energia. vivere senza elettricità. ricordi di sudafrica e biafra. un premio.

circa 2 miliardi di persone nel mondo non hanno la corrente elettrica.
illuminano la notte con le lampade a petrolio, come avveniva cent’anni fa da noi. ma questo è solamente l’aspetto più appariscente. senza elettricità, mancano altre comodità che per noi sono quasi ovvie.

non hanno il frigorifero. il formaggio deperisce in fretta, il latte si trasforma in iogurt, le derrate durano poche settimane, se non sono ròse dai topi o immarcìte dalla muffa.

non hanno l’acqua potabile, perché l’acqua per viaggiare nei tubi deve essere messa in pressione da un motore elettrico.

non hanno i vaccìni, che stanno nel frigorifero del dispensario farmaceutico.

nel villaggio di sithole, in sudafrica, nella zona del natal, ho visto le capanne illuminate dai pannelli solari. è il loro riscatto dalla povertà. prima, vivevano collegati con il mondo tramite la radio a transistor, e le pile erano il bene più prezioso.

quando sono stato a khayelitsha, baraccopoli di straccioni felici alle spalle di città del capo, ho visto che l’arrivo della corrente ha permesso di vivere.
le donne passavano le ore a cercare la legna nella boscaglia, e poi nella casa di ondulato accendevano il fuoco di legna. molti bambini erano ustionati dalla pentola che si ribalta.
con la corrente, ho visto l’arrivo del fornello elettrico.
con la corrente, ci si possono permettere quelle finezze come avere un rettangolino di un metro per due sulla sabbia grossa davanti alla porta di casa: qualche petunia, un francobollo d’erba all’inglese, un metro e mezzo di recinzione d’aiola.

e poi soprattutto con l’elettricità arriva il riscatto dalla povertà. con l’elettricità, nel retro di una baracca una donna si improvvisa coiffeure, ricupera dalla discarica un vecchio casco da parrucchiera, si arrangia con una vecchia poltrona sfondata, e nasce una piccolissima attività imprenditoriale.
con la corrente elettrica, un altro abitante della baraccòpoli diventa gommista sotto la tettoia di casa, ha il compressore per l’aria e la macchina giragomme.

oltre 800 milioni sono abitanti dell’africa (pari al 40%), 750 milioni dell’asia (37% circa), mentre i restanti 450 milioni vivono in america latina (18%), est europa (3%) e oceania (2%).

le energie da fonti rinnovabili – in primis quella fotovoltaica, grazie alla facilità di installazione, di
gestione e di manutenzione – potrebbero soddisfare oltre il 50% di questo fabbisogno, ma con picchi decisamente superiori: basti pensare che oltre il 65% dell’irradiazione solare mondiale su terreno è destinata al continente africano.

i dati sulla mancanza di corrente sono contenuti in un’analisi condotta dallo studio bernoni professionisti associati – specializzato nell’attività di consulenza tributaria, societaria e di corporate finance – ed elaborato con il supporto di efrem, associazione onlus formata da docenti universitari, tecnici, specialisti e giovani volontari che ha la missione di studiare, progettare e investire impianti di energia alternativa nei paesi in via di sviluppo.

l’analisi è stata condotta in occasione del lancio della seconda edizione del “good energy award 2011” – il riconoscimento dedicato alle imprese che operano nel settore delle energie da fonti rinnovabili promosso dallo studio bernoni e sostenuto da imq, l’istituto italiano del marchio di qualità.
per il secondo anno consecutivo, la giuria, presieduta da maurizio fauri, docente di sistemi elettrici per l’energia all’università di trento e presidente della società polo tecnologico per l’energia, e composta da tecnici ed esperti appartenenti al mondo accademico e istituzionale, della ricerca e della finanza premieranno tre categorie distinte di operatori: producer, trader e constructor.
il metodo di valutazione consisterà nell’analisi della performance economica e patrimoniale delle imprese, attraverso apposite riclassificazioni dei bilanci 2008 e 2009, con particolare attenzione a roe, fatturato, megawatt prodotti, rapporto tra equity e capitale, certificati verdi ottenuti, investimenti in ricerca e sviluppo e, infine, numero di nuovi posti di lavoro prodotti sul territorio.
nel corso della prima edizione di “good energy award”, finenergy gruppo petrolvilla di trento si è aggiudicata il premio per la categoria producer, il gruppo hera di bologna il riconoscimento per la categoria trader, asja ambiente italia di rivoli (torino) è stata vincitrice della categoria constructor.
la presentazione delle candidature (gratuita e spontanea) potrà avvenire dal 1° gennaio fino al 29 aprile (informazioni, condizioni e moduli di iscrizione al premio sono all’indirizzo www.gtbernoni.it).

quando sono stato a obizie, in nigeria, anzi in quella parte di nigeria che quando ero piccolo era il biafra pensando ai cui bambini sono stato costretto a mangiare bidoni di minestra sgradita, ho visto l’ospedale del dottor nnadozie.

anzi, obizi, si scrive in nigeriano. per arrivare a obizi servono alcune ore per uscire dai sobborghi polverosi di port harcourt e per traversare la campagna fangosa. dovunque è pieno di gente, di persone. i nigeriani sono almeno 130 milioni, la popolazione più numerosa dell’africa, ma si stima che possano essere almeno 150-180 milioni. ogni famiglia — anche quelle ricche e urbanizzate — ha almeno cinque o sei figli.
i nigeriani guidano nel traffico pazzesco e polveroso delle città, o lungo le strade statali perse nella giungla, quattro tipologie di veicoli.
qui è nato l’ospedale del dottor nnadozie. tornato in nigeria dopo un master in biochimica negli usa, nnadozie aprì per la gente del suo paese una baracca-ospedale. in queste condizioni nnadozie conobbe arnd klinge, il pilota tedesco. il quale cominciò a raccogliere collette in germania e a promuovere in azienda il progetto dell’ospedale di obizi.
nel 2001 era stato costruito il primo piano, ora l’edificio è formato da tre piani. per lo standard europeo, sarebbe un ospedale illegale. la camera operatoria, al pian terreno, ha le finestre aperte sul giardino, protette da tende azzurre, ed è piastrellata di bianco. al centro c’è un lettino da studio medico foderato di scai polveroso. non ha attrezzature, se non l’armadietto per i medicinali, la sterilizzatrice per i ferri e alcuni ventilatori a soffitto, unico sollievo nel clima equatoriale.

l’illuminazione della sala operatoria viene dalla finestra spalancata e da alcuni tubi di neon: una lampada operatoria non reggerebbe la tensione incerta erogata da una delle compagnie elettriche più disastrate, la società statale nepa (national electric power authority).

 

qui una foto scattata da me nella sala operatoria dell’ospedale di obizi, in biafra.

15 apr 2005 - obizie camera operatoria
 

in nigeria anche le grandi città restano spesso al buio per minuti, per ore: in qualche caso per giorni interi.

“l’elettronica non funziona con questi continui cali di tensione”, aggiunge sua altezza reale igwe obi, a capo di una comunità di 14mila biafrani a nkpologwu nello stato di anambra.

a obizi è ancora peggio.

“abbiamo la macchina per le radiografie, ma non possiamo usarla perché questa corrente ce la spaccherebbe subito”, spiega nnadozie.

come non funzionano le altre apparecchiature donate alla casa di cura di obizi dagli ospedali tedeschi tramite il pilota volontario.

così per far funzionare la piccola sala operatoria (il dottor nnadozie mostra soddisfatto un vaso di plastica che una volta conteneva mostarda e oggi conserva, nella formalina, un fibroma grande come un pollo da due chili) si usano alcuni pannelli solari che caricano le batterie e un generatore a gasolio.

ma il gasolio costa troppo, nel paese dove basta fare un buco per terra per trovare greggio.

benzina, cherosene e gasolio costano fra le 50 e le 60 naira al litro, pari a circa mezzo euro. in italia sarebbe una pacchia, in nigeria, dove il pil pro capite è 800 dollari l’anno contro i circa 20mila dollari dell’italia.

solo pochi fra gli oltre 150 milioni di nigeriani si possono permettere di usare l’auto tutti i giorni. e così, il generatore dell’ospedale di obizi funziona solo quando arrivano soldi.

la gente viene all’ospedale del dottor nnadozie da tutto il circondario di obizi, 25mila abitanti, e qualcuno anche dal vicino stato di abia, anch’esso biafrano. ne verrebbero molti di più, perché in quella zona dell’abia non c’è ospedale. montano sulla bici o sulla moto e arrivano fino al ponte sul fiume imo, che divide la regione abia da quella dell’imo.
il fiume è limaccioso e di color ruggine come il resto del paese. lo attraversa un vecchio ponte di ferro; il tavolato del ponte è di legno, e gli assi sono rotti e sbilenchi. può essere attraversato a piedi soltanto con la luce, pena il piombare nel fiume attraverso i buchi, oppure in bicicletta o in moto lungo passerelle di assi che sono state gettate lungo il paiolato del ponte. in automobile, impossibile.
così la gente dello stato di abia raramente riesce a raggiungere l’ospedale.

ed è così da quarant’anni, dai tempi della guerra del biafra, quella che fu accompagnata da una tragica carestia che aggiunse ai morti altri morti. distrutto dalla guerra, il ponte.

per il pilota tedesco klinge e per i suoi amici è questo il prossimo progetto, ricostruire il ponte sul fiume imo.

il fratello del medico di obizi si chiama victor nnadozie, è un operatore umanitario, ha una moglie bellissima — come sono altere le donne nigeriane — ed è un indipendentista biafrano.
“non ha senso che il nostro paese venga sfruttato dalla nigeria. qui, lo stato di imo, e quello di abia e gli altri stati che compongono il biafra hanno un’altra cultura, un altro modo di pensare. il biafra dev’essere indipendente. ma il governo non concederà mai l’autonomia perché qui c’è il petrolio e vogliono tenerselo bene stretto”, dice.

un biafrano, questo victor.
grosso, alto quanto me.
forte.
con la camicia di taglio inglese fradicia sulle spalle per il sudore equatoriale.
mi vengono in mente ricordi infantili, e per accertarmene gli chiedo quanti anni abbia.
faccio due conti a mente, e quindi nel 1968 aveva tre anni.
quando c’era la guerra.
quando sul telegiornale del canale nazionale (non si chiamava raiuno) tito stagno in bianco-e-nero illustrava i servizi con i bambini africani dalla pancia orribilmente gonfiata dalla fame.

posso dire che l’ho conosciuto, il bambino pensando al quale durante l’infanzia ho dovuto mangiare tante minestrine. “mangia e pensa ai bambini del biafra”.
è lui,
è victor,
il mio bambino del biafra.

  • jacopo giliberto |

    quella di massimo è una splendida citazione da una lettera di anton cechov mandata ad aleksei suvorin nel marzo 1894: “c’è più amore per l’uomo nell’elettricità e nel vapore che nella castità e nell’astinenza”.
    sarebbe da imparare a memoria.

  • Massimo |

    “Prudence and justice tell me that there is more love for mankind in electricity and steam than in chastity and abstinence from meat”
    http://epress.anu.edu.au/chekhov/pdf/ch01.pdf

  • Pinco Pallino |

    Altro commento.?…grazie !
    Quando pensiamo all’Africa, il Continente piú depredato della storia dell’Umanità, pensiamo: ^^…è l’Africa…^^; ma nell’Amazzonia peruviana il totale abbandono è calcolato ad arte x provocarne lo svuotamento umano e il conseguente sfruttamento totale x gli obiettivi della futura geo-politica: acqua,terra,energia,biodiversità (e percorsi strategici x il Brasile verso il Pacifico).
    L’Amazzonia è la più grande “area tribale” del Mondo, maggiore della orientale Afganistan/Pakistan e con più Stati coinvolti….aspettiamo che esploda anche lei.?!…

  • Pinco Pallino |

    ….se sapessi nell’Amazzonia peruviana.!…

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